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i sussurratori

Sussurrare ai cavalli

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Sussurrare ai cavalli. Per la rubrica “Dall’animazione all’Action figure, un mondo a cavallo”, vi ricordiamo un film molto caro ad amazzoni e cavalieri: “L’uomo che sussurrava ai cavalli“.

locandina sussurrare italiano

“L’uomo che sussurrava ai cavalli”. Un film di successo: per sapere qualcosa di più sul cavallo

Per la rubrica “Dall’animazione all’Action figure, un mondo a cavallo”, abbiamo scelto per tutti gli amanti del cavallo…e del cinema, un film di Robert Redford alla sua quinta regia: “L’uomo che sussurrava ai cavalli”.

Consigliamo, a chi non l’avesse ancora visto, di regalarsi tre ore in compagnia di questo film che vede tra i protagonisti Pilgrim, lo splendido purosangue, vera metafora e simbolo della vita.

Attorno a lui, lo stesso Robert Redford, Sam Neill, Kristin Scott Thomas, Scarlett Johansson e Chris Cooper. Un cast d’eccezione, dunque, per questo film del 1998.
Il romanzo di Nicholas Evans, pubblicato un anno prima, da cui trae ispirazione il film, viene raccontato fedelmente da due sceneggiatori di prim’ordine, Eric Roth e Richard LaGravenese, che indulgono a qualche libertà solo nel finale forse, addirittura, migliorandolo.

Se non hai avuto ancora il piacere di vedere questo film, ti riassumiamo la trama che darà lo spunto per approfondire il tema su coloro che preferiscono sussurrare ai cavalli piuttosto che gridare comandi.

Sussurrare ai cavalli: il dramma familiare

Il film inizia in una bella e ricca campagna vicino a New York dove Pilgrim, l’amato cavallo della giovane Grace MacLean (interpretata dall’allora quattordicenne Scarlett Johansson), è vittima di un incidente. Ne uscirà gravemente ferito e, insieme a lui, anche la sua amazzone che lo cavalcava.

Scarlet Johanson

Grace, sopravvissuta, perde una gamba e il dramma si fa più profondo anche perché, in quell’incidente, perde la vita la sua cara amica. Da quel momento, l’esistenza di Pilgrim non sarà più la stessa. Il sogno americano della famiglia di successo si infrange e la famiglia si disintegra: Grace e sua madre Annie (Kristin Scott Thomas), rimarranno sole…con Pilgrim.

La cornice della campagna fuori dalla città newyorkese non è poi più così confortante. C’è bisogno di spazio, di aria, di natura, magari selvaggia, istintiva. E allora la svolta: per volere di Annie Maclean, la madre di Grace, la famiglia da cui nel frattempo si è allontanato il marito, si trasferirà in una fattoria nel Montana.

È qui che tra gli scenari maestosi, dal sapore “Marlboro Country”, le donne e il cavallo incontreranno Tom Booker (interpretato da Robert Redford).

robert redford

Convinta che la “guarigione” della figlia sia strettamente legata al rapporto con il suo amato cavallo, Annie rifiuta l’abbattimento di Pilgrim e inizia una collaborazione che si rivelerà salvifica con Tom, “l’uomo dei cavalli”.
A questo punto il film si trasforma in una sorta di western moderno alla ricerca della possibilità, ormai estrema, di trovare un (difficile) compromesso tra famiglia/vita e felicità.

Sussurrare ai cavalli: il tempo per guarire le ferite

Il ritmo lento e cadenzato riporta al tempo della vita e, soprattutto, della guarigione del corpo e dell’anima. Un ritmo che scandisce diversamente il tempo della città rispetto a quello delle praterie del “Big Sky Country”. Nelle tre ore di film, il regista cerca proprio di spiegare questa dimensione.

Forse un film discutibile per alcune scelte che possono apparire troppo “sentimentali”. Per noi spettatori amanti del cavallo, questa sarà l’occasione per comprendere meglio il sodalizio millenario tra cavalli, amazzoni e cavalieri… e qualcosa di più.

Qual è il tempo per curare le ferite del corpo e dell’animo di un cavallo? E per guarire una persona? Quanto tempo è necessario per lenire quei dolori che non passano?
Curare è una vocazione, è un dono: per le ferite del corpo e per quelle più profonde, c’è bisogno di tempo, di un tempo lungo e paziente.

curare le ferite

Gesti lenti, dolci che sussurrano conforto, comprensione e che hanno a che fare con il nutrimento, l’accudimento, l’amore.
“Un milione di anni prima dell’uomo pascolavano sulle vaste praterie solitarie vivendo di voci che solo loro riuscivano ad ascoltare. Conobbero l’uomo come la preda conosce il cacciatore, perché prima di usare i cavalli per il suo lavoro, l’uomo li uccideva per la carne.
L’alleanza con l’uomo sarebbe stata sempre fragile perché il timore che egli aveva instillato nei loro cuori era troppo profondo per poterlo rimuovere.” Così Annie Maclean, introduce il suo progetto per la guarigione della figlia e del suo cavallo. Quale?

Sussurrare ai cavalli: un dono concesso solo a pochi

Continua, Annie, raccontando una storia lontana. Tra gli uomini che imbrigliarono per la prima volta i cavalli, ce ne furono alcuni che ebbero una sensazione, un’intuizione: nel momento forte, coercitivo, della cattura, sentirono che potevano “vedere nell’anima di quelle creature e lenire le ferite che vi trovavano. I segreti bisbigliati dolcemente nelle orecchie turbate.”

Annie stava parlando di quegli uomini che erano conosciuti come i “sussurratori”.
L’alleanza con l’uomo non poteva che rimanere per sempre fragile perché il timore che egli aveva instillato nei cavalli rimase impresso come un marchio, un imprinting indelebile.

Da qui la scelta di assumere Tom, uno che ci sapeva fare con i cavalli…e con le persone. Un “sussurratore”, appunto.

Già per il romanzo da cui attingono i due sceneggiatori del film, Eric Roth e Richard La Gravenese, nel ritrarre i caratteri dell’uomo che sussurrava all’orecchio di Pilgrim, l’autore si è ispirato ad un personaggio reale. Si tratta di Buck Brannaman.

Ma chi era Buck Brannaman? E come divenne un “sussurratore”? Dopo un’infanzia di abusi, Buck Brannaman, è stato in grado di trasformare il suo dolore in una dote preziosa: riuscire a comprendere il mondo interiore dei cavalli con cui aveva convissuto fin da bambino.
Dall’attenta osservazione delle mandrie dei selvatici mustang americani, imparò tutto quello che c’era da sapere per opporsi alla rigida e violenta doma tradizionale praticata in quelle terre e introdurre un metodo completamente diverso, basato sulla reciproca comprensione e sull’empatia.

buck brannaman

Secondo Brannaman, come ogni relazione, anche quella con il cavallo rispecchia aspetti personali non risolti. “Il modo in cui un cavallo ti risponde, racconta molto della tua relazione con lui. Parla anche un po’ di come approcci le relazioni con altri esseri umani. Se il cavallo ti accetta nel suo mondo, è probabile che tu sia un essere umano piuttosto piacevole con cui stare. Se non può sopportarti, probabilmente ci sono alcune cose che devi modellare nella tua vita che vanno al di là del rapporto con l’animale”.

È chiaro che la sua riflessione va molto oltre il rapporto uomo-cavallo per entrare in quello della vita e delle relazioni personali.
In quest’ottica, il rapporto con il cavallo diventa un insegnamento per imparare a superare gli ostacoli e i traumi che la vita talvolta ci riserva. Ci “costringe” alla relazione con il presente impedendoci di indugiare nel passato doloroso.

Proprio per questa sua profonda esperienza, Brannaman ha accettato di assistere Robert Redford, nel ruolo non facile di “sussurratore”, come consulente sul set del film .

Cosa sussurrano gli uomini che parlano ai cavalli?

Ma chi sono i “sussurratori”?. Cosa sussurrano e a quale scopo?
I cosiddetti “sussurratori” – horse whisperers, in inglese- sono fondamentali, e non solo per aiutare cavalieri ed amazzoni a superare i propri traumi o a stabilire un nuovo approccio positivo con il cavallo.

Il loro metodo si fonda, per lo più, sulla doma etologica e su un metodo dolce, basato sul rinforzo positivo per riabilitare i cavalli che hanno subito dei traumi.
Non è sempre facile giungere ad un successo anche usando questo metodo, e spesso il trauma viene superato solo in parte. Quando questo accade, per lo più, secondo Brannaman, “sono gli umani a essere responsabili del loro fallimento nel non aver aiutato un cavallo a imparare quello che non doveva fare prima che diventasse troppo pericoloso”. In questa visione c’è un messaggio importante che naturalmente travalica il mondo equino.

Come Brannaman, anche Monty Roberts, soprannominato “l’uomo che ascolta i cavalli”, ha imparato il linguaggio non verbale dei cavalli, osservandoli allo stato brado. Chi s’intende di doma dei cavalli conoscerà il metodo a diffusione mondiale del “join up”. Questo nuovo approccio adottato da Roberts, ribaltava completamente gli schemi del mondo equestre, e fu così rivoluzionario da incuriosire addirittura la Regina d’Inghilterra che rimase molto colpita durante la presentazione pratica del metodo.

In realtà, la doma etologica del cavallo, o doma dolce, è una pratica che affonda le sue radici nel passato. Già nel 350 a.C. Senofonte, nel suo Trattato sull’equitazione, raccomanda un addestramento “senza dolore”, partendo dal presupposto che un cavallo felice sarà anche più efficiente.

senofonte l'arte di cavalcare

“Addestramento gentile” significa rispettare la naturale comunicazione con i cavalli. In pratica la doma dolce si basa sul presupposto che un cavallo, trattato con dolcezza e comprensione della sua natura, sarà più disposto ad instaurare un rapporto collaborativo con chi lo cavalcherà.

Questo metodo, dunque, trae il suo fondamento dall’importanza di comprendere e condividere il codice comunicativo del cavallo. Tra i due, è l’uomo che si deve adeguare al cavallo, imparando il suo linguaggio.

I gesti e le parole che usa normalmente l’uomo quando lancia i comandi, sono segnali che spesso il cavallo non comprende o fraintende.
Si tratta di un animale molto legato ai suoi istinti che, in natura, appartiene ad un branco dove ogni esemplare ha un diverso modo di comunicare a seconda del suo ruolo nel gruppo e della gerarchia. Il movimento del corpo dell’addestratore e la voce diventano, dunque, ingredienti fondamentali per creare l’empatia necessaria e per costruire con il cavallo un rapporto proficuo e duraturo.

Sussurrare ai cavalli significa dire piano e a bassa voce che li abbiamo capiti, che siamo con loro e che insieme faremo qualcosa. Di grande, di piccolo, non ha importanza. Quello che conta è che lo faremo insieme con rispetto reciproco. Che poi, è un po’ il segreto di ogni convivenza di successo.

L’uomo che sussurrava ai cavalli: un film sui cavalli e sulle persone

Dunque, “L’uomo che sussurrava ai cavalli” è un film sui cavalli e sulle persone, su tutti noi che abbiamo a che fare con la vita. Forse un po’ prolisso, a tratti melodrammatico, senz’altro doloroso, come sa essere la vita.

E’ un film che ci insegna che amore e dolcezza sono gli unici veri ingredienti efficaci per superare il dolore. Ci insegna il “trucco” per entrare nel cuore ferito di chi soffre anche quando tutto sembra inutile. Ci insegna a parlare piano, ad “entrare” in punta di piedi, a non pretendere, ma a chiedere con dolcezza e pazienza.

conoscere il linguaggio del cavallo

Mentre corrono le immagini mozzafiato sullo schermo, impariamo che il dolore ha un suo tempo, quello di rimarginare la ferita. Un tempo lento che va sentito e accettato con comprensione e rispetto…sempre, sia che si tratti di un animale che di una persona.

cavallo di Barbie

Un mondo di giochi a cavallo

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I giochi a cavallo. Per la rubrica “Dall’animazione all’Action figure, un mondo a cavallo”, vogliamo parlarvi del cavallo nel gioco. Un mondo che ammalia grandi e piccini, al punto da muovere rave e collezionisti di tutto il mondo.

 

cavallo giocattolo

Un mondo di giochi a cavallo per i bambini di tutti i tempi

Erano gli albori della storia e già i bambini giocavano immaginando di cavalcare un agile destriero. Ben presto è nato il giocattolo del cavallo che ha assunto, nei secoli, diverse sembianze.

Inizialmente, l’espediente più immediato, e anche il più semplice, per emulare le cavalcate dei grandi era quello di cavalcare un bastone.

Ma, nell’ambito dei giochi “cavallereschi”, il giocattolo più “pedagogico” e il più gradito a chi si accingeva a fare i primi passi, è stato senz’altro il cavallino a traino su rotelle. Un vero e proprio strumento di psicomotricità ante-litteram. Chi di noi non ne ha avuto uno? Visitate le cantine dei vostri genitori e, forse, avrete la fortuna di ritrovarlo. ?

Nel passato era molto più di un semplice gioco. Infatti, era fondamentale per i rampolli dei nobili affinché imparassero a cavalcare con dimestichezza fin da piccoli.

cavallo a rotelle

Bisognerà attendere il Seicento per incontrare i primi esemplari di cavalli a dondolo, veri e propri capolavori di artigianato, sempre riservati ai bambini più abbienti. Sembra che il primo cavallo a dondolo risalga al 1610. Ora è gelosamente custodito al Victoria & Albert Museum di Londra dove grandi e piccini possono ammirarne la bellezza. Preziosamente decorati, i primi cavalli a dondolo erano in legno, cartapesta o metallo, spesso ricoperti con pelo animale.

Sarà solo tra il XIX e il XX secolo che, anche grazie a nuovi materiali e moderne tecniche di lavorazione, i cavalli giocattolo diventano più semplici ed accessibili a tutti. Da questo momento in poi, almeno un destriero giocattolo cavalcherà nella camera di ogni bambino.

Dai cavalli più antichi e preziosi, a dondolo, a rotelle, a quelli bellissimi per le giostre, il mondo dei bambini si colora e si anima. A proposito, ti piacerebbe ammirare qualche esemplare di questi meravigliosi giocattoli e seguirne il percorso storico? Puoi farlo! Lo sapevi che esiste il Museo del Cavallo Giocattolo? È a Como ed è un luogo veramente speciale dove chi è grande torna piccino mentre i più piccoli possono far galoppare l’immaginazione. Un luogo che custodisce un passato generoso e che trova nella cultura il tramite tra le diverse generazioni.

cavallo a dondolo

 

È chiaro che il cavallo, vero o giocattolo che fosse, già nel passato, appassionava e conquistava i bambini…e non solo. L’ingegno dell’uomo e la crescente attenzione nei confronti dell’infanzia hanno prodotto, nel tempo, svariate e originali tipologie di cavalli giocattolo fino a giungere ai memorabili Micronauti e alle attualissime action figure.

Un mondo di giochi a cavallo: Micronauti che passione!

Che passione quella dei Micronauti! I giocattoli che hanno tracciato la storia dell’intrattenimento e che continuano ad essere considerati pilastri dell’immaginario pop. Per i più giovani è doveroso un piccolo “flash back” per provare a spiegare questo mondo di ricordi, in realtà abbastanza ineffabile per la complessità di emozioni che ha suscitato.

Chi appartiene alla generazione tra i 30 e i 40 anni, ricorderà bene quei personaggini che hanno popolato i giochi e la fantasia della sua infanzia. Stiamo parlando, appunto, dei Micronauti, una serie di action figure che rappresentavano personaggi fantascientifici ispirati ai robot delle animazioni e dei Manga giapponesi dei memorabili anni ‘70.

I Micronauti approdano in Italia dopo il 1977 per dominare le camerette dei bambini, per lo più maschi, fino al 1980. Prodotti dal 1976 dall’americana Mego Corporation, alcuni di loro traggono chiara ispirazione dalle action figure classiche dei “Microman”. Altri, invece, come Baron Karza, erano molto somiglianti a Jeeg, della serie Jeeg robot d’acciaio.

In Italia è stata la GIG ad assicurarsi i diritti di importazione e distribuzione con relativo rebranding. Infatti, il marchio cambia da “Micronauts” a “I Micronauti”.

micronauti

Un successo strepitoso, al punto che la GIG chiese e ottenne la licenza di produrre ulteriori personaggi: King Atlas, Green Baron e rispettivi destrieri, Emperor e Megas, che divennero molto popolari in Italia e nel resto d’Europa, pochissimo negli Stati Uniti.

La caratteristica vincente di quelli che furono i modelli più diffusi in Italia, era quella di avere le parti del corpo che si potevano smontare e collegare tra loro tramite calamite.

Poi c’era la linea di mezzi e basi spaziali, con tanto di spade laser, e degli alieni. È evidente che un’altra fonte d’ispirazione dei mitici Micronauti non poteva che essere Guerre stellari, in particolare il personaggio di Dart Fener per Baron Karza e i soldati imperiali per Force Commander.

Inutile dire che la linea ebbe un grandissimo successo in tutto il mondo. La Mego ne ricavò un fatturato di oltre trenta milioni di dollari all’anno con, in più, vendita di licenze ad altre case per la produzione di gadgets correlati, come puzzle e fumetti.

La stessa Mego, poi, produsse moltissimi gadgets, come veicoli e cavalcature robotiche per i Micronauti e, nientemeno, che la Micronite, una sostanza gommosa rosa, molto simile al pongo, inserita all’interno di un asteroide di plastica.

Il sistema in cui diversi modelli di Micronauti potevano scomporsi in molteplici componenti e, quindi, mutare forma combinandosi fra loro, come Jeeg e molti altri robot giganti giapponesi, li rendeva davvero irresistibili. Poterli trasformare permetteva di saziare il desiderio di manualità tipico dei bambini e di tanti adulti che si appassionarono alle diverse serie.

Sì, proprio così! Per molti, i Micronauti, da appassionante gioco che popolava le stanze della loro infanzia, sono divenuti una vera passione che ha accompagnato anche l’età adulta. Collezionismo, partecipazione a concorsi, fiere …e il gioco è fatto. Un successo che trascende i tempi e le generazioni.

In Italia, la serie dei Micronauti raggiunse l’apice del successo con i personaggi di Baron Karza e Force Commander. Ed è qui che gli appassionati di cavallo ricorderanno le splendide cavalcature, Andromeda e Oberon!

In particolare, i giocattoli di questa serie sono così preziosi da costituire oggi un vero valore. Lo sapevi che le serie complete e in buono stato possono anche avere un valore economico notevole nel mercato dei collezionisti? Vai a frugare in cantina, chissà, magari tra vecchi cavalli a dondolo potresti ritrovare anche una serie completa di Micronauti! ?

Il cavallo di Barbie: il boom di una vita spensierata a cavallo

Le avventure delle bambine dagli anni ‘80 ad oggi potevano davvero prendere vita grazie al leggendario cavallo di Barbie.

Sì, perché Barbie, la bambola più dinamica e multi-potenziale della storia, ha potuto immergersi in nuove e più movimentate avventure insieme al suo nuovo cavallo. Anzi, ai cavalli: proprio negli anni Ottanta, la bambola che ha fatto sognare almeno sei generazioni, divenne abile amazzone di diversi cavalli. La Mattel, infatti, inserì questi bellissimi compagni di gioco anche per andare incontro agli amanti dell’equitazione e ai loro diversi gusti.

Barbie a cavallo

Dal cavallo sauro con le gambe snodate e la sella tipicamente western, al cavallo grigio dalla criniera molto lunga e il passo stile andaluso, fino al cavallo nero e al pony di Skipper, la sorellina di Barbie.

In un ventaglio sempre più dinamico, la bambola più famosa del mondo si cimenta in discipline sempre nuove con la solita destrezza, dal salto ad ostacoli fino al Cross Country.

Come sempre tutto quello che ruota intorno a Barbie deve essere perfetto. Ogni dettaglio viene curato nei particolari perché, come si sa, sono i dettagli che fanno la differenza. Il maneggio diviene un vero e proprio mondo. La stalla con il box, le staccionate, i paddock e perfino le balle di fieno, la carriola, i secchi.

Ma non è finita qui: Barbie è un’esteta precisa ed esigente anche con i suoi cavalli. Ed ecco, allora, tutto quello che serve per la cura del cavallo. Ogni genere di accessorio come le spazzole e i finimenti, la capezza, le redini, la sella, le staffe, i paraocchi. Barbie ha pensato proprio a tutto, anche alle coperte fiorite, molto country, ai para stinchi, para zoccoli, borse per equitazione molto cool, fino agli ostacoli da maneggio.

Naturalmente l’abbigliamento di Barbie e delle bambine che montano sui pony non poteva non essere disegnato e cucito assecondando il fashion mood: stivali per equitazione, stivali da pioggia, il casco per montare e il giubbotto di protezione.

Tutto, ma proprio tutto, all’insegna delle tendenze della moda dagli anni Ottanta ad oggi. Poi si aprirà il sipario alle nuove tecnologie. Come?  Negli anni 2000 è stato presentato il cavallo che parla e nitrisce e infine il cavallo interattivo. Con l’aiuto delle più moderne tecnologie, si muove da solo a comando e interagisce con il comando vocale.

Insomma, tutto nel mondo di Barbie rappresenta molto di più di un’evoluzione continua negli anni: una vera e propria rivoluzione per rendere questo mondo irresistibile!

I soldatini a cavallo: pezzi unici e irrepetibili

Un altro tuffo nostalgico nei giochi “a cavallo” degli anni ’80 e ’90 ci porta a riscoprire i soldatini.

Al Museo del Cavallo Giocattolo di Como, potrai ammirare anche la collezione di preziosi soldatini in piombo, dipinti minuziosamente a mano. Fanno parte della tipologia “Norimberga” nota per aver fabbricato i soldatini bidimensionali che, per questo, vengono definiti anche “piatti”. In scala 1:32, poggiano su una piccola base, sono alti circa 4 cm e ognuno di loro cavalca uno splendido destriero.

Il bello di questi irresistibili e, spesso molto antichi, compagni di giochi, non è solo il loro aspetto compiuto, quanto l’idea vincente di montarli, incollare elementi e, soprattutto dipingerli.

Be’, qui entriamo nel mondo complesso e intrigante del modellismo vero e proprio. Milioni di bambini in tutto il mondo sono divenuti abili artisti tutte le volte che aprivano impazienti il magico pacchettino.

La scatolina che custodiva i pezzi dei soldatini con tanto di pennellino e tempera per dipingerli, era uno scrigno che schiudeva un mondo. Un mondo di future avventure, frutto di un lavoro sottile, fine, che trasformava nelle mani dei bambini, ben fatti oggetti seriali, di fabbrica, in preziosi esemplari, unici perché personalizzati.

museo di como

Non è difficile immaginare che quegli oggetti che uniscono pregiate fatture industriali ad artistici tratti artigianali, conquistarono e conquistano il mondo degli adulti.

Se si vuole avere un’idea dell’ampiezza di questa passione, basterà dare un’occhiata alle collezioni di soldatini commercializzata niente meno che dalla De Agostini!

Nei negozi specializzati, oppure on-line, ogni canale è buono per acquistare, vendere, scambiare e confrontarsi sugli eroi che prima di latta, poi di piombo, infine di plastica, cavalcano l’avventura dell’immaginazione in groppa ai loro cavalli.

My little pony: un successo cosmico

Chi di noi ha avuto la fortuna di vedere I giocattoli della nostra infanzia (The Toys That Made Us), la serie approdata su Netflix qualche anno fa, non ha potuto esimersi da un prolungato “Ooohh” di stupore scoprendo che avrebbe potuto diventare ricchissimo, solo conservando una di quelle collezioni di quando erano bambini.

E questo vale più che mai per le action figure di My little pony. Deliziosi (e un po’ leziosi) piccoli quadrupedi che hanno reinventato la bambola moderna in un’epoca dominata da Barbie, regalando stupore e meraviglia ai bambini.

my little pony action figure

Bianchi, rosa e azzurri questi piccoli ponies, immersi in un mondo di favola, indossano i colori dell’arcobaleno…simbolo di inclusione?

Quei variopinti ponies parlano e interagiscono con gli uomini. Vivono a Ponyville, una piccola cittadina fondata dai ponies di terra, ma aperta anche ai pegasi e agli unicorni, e hanno davvero conquistato il mondo dei piccoli e…non solo.

Lo sapevi che quello di My little pony è un vero e proprio mondo che vanta numerosissimi fan adulti?

Un articolo di Repubblica del 2013 scriveva così: “Arrivano da tutto il mondo, hanno circa vent’anni, e sono per lo più ragazzi. Sono i seguaci del cartoon “My Little Pony”, parte dell’ultimo insospettabile fenomeno di massa. Un documentario ne racconta vita e passione: tra costumi di peluche, buoni sentimenti e un dubbio finale.”

Una vera e propria comunità digitale con migliaia di seguaci, dall’America a Tel Aviv. Professano i valori dell’amicizia, del rispetto per chi è “diverso” (ecco l’arcobaleno inclusivo) e del prossimo in generale. Non hanno altra guida spirituale al di fuori dei My little Pony. È così che i piccoli ponies multicolor, amati dalle bambine degli anni ‘80, assurgono inaspettatamente a profeti di pace e amore.

Questa imponente e variegata community di fan, si riunisce sotto il termine dei brony. Per comprendere la portata del fenomeno, basti pensare che è stata creata negli Stati Uniti una convention, chiamata BronyCon, proprio per loro. Lo scopo? Riunire il fandom.

Ed ecco che il “dubbio finale” dell’articolo di Repubblica trova una sua spiegazione… sì perché, tra le migliaia di visitatori, non ci sono solo genitori con i loro bambini, ma adulti di ogni età, spesso vestiti come i loro personaggi preferiti, che si ritrovano ogni anno per celebrare il favoloso mondo di Twilight Sparkle e co.

Tutto questo crea un “miscuglio”, una sorta di dualismo quantomeno sospetto. Un contrasto accentuato tra lo stile dell’animazione, il pubblico di riferimento e un riscontro non contemplato, su target non previsti. Si crea, dunque, un’imprevista confusione di intenti poco chiari, quando non ambigui e, comunque, non sempre così positivi. In realtà la community dei brony è un fenomeno complesso, che merita un’opportuna ricerca.

Non per niente, nel 2019, è stato pubblicato un libro “Il mondo dei brony. Indagine sul fandom di My Little Pony” di Francesco Toniolo, proprio per indagare in modo approfondito la community dei brony.

brony

Se ne desume che, dietro la passione degli adulti per i piccoli ponies, spesso si nasconde la ricerca di una via di fuga da depressione, esclusione sociale, bullismo. Molti degli intervistati tra i brony ammette di aver ritrovato la gioia di vivere, proprio immergendosi nel mondo delle animazioni e delle action figure dei My little pony. Insomma, amicizia, altruismo, pace… e tanto altro, nel magico mondo delle Mane Six, con un dubbio che resta…

Spirit: cavallo selvaggio

In questa rassegna, non poteva mancare la più recente tra le action figure equine: Spirit, il cavallo ribelle. Qui siamo andati oltre, quanto a tecnologia. Con questi cavallini, immancabili tra i giochi dei millennials, basta premere sul muso perché il cavallo reagisca con movimenti e con effetti sonori.

Premendo il pulsante sulla schiena, invece, è possibile fargli alzare e poggiare sul pavimento la zampa anteriore, oppure farlo arretrare sulle zampe posteriori. Ancora, può impennarsi come un vero cavallo. Le zampe sono tutte snodabili perché possano correre e saltare simulando contemporaneamente i suoni realistici del galoppo.

La criniera è morbida per poter essere spazzolata e per acconciature secondo i dettami dello styling più creativo. I cavallini in plastica vengono corredati anche di svariati accessori: trofei, nastri, spazzole e tutto per la criniera.

Naturalmente, insieme a tutto ciò, esiste la possibilità di costruire degli ambienti equestri ispirati all’animazione.

spirit cavallo selvaggio

Tutto il necessario per favorire il gioco creativo, ancora di più rispetto al passato, grazie ad una tecnologia sempre più evoluta che, anche in questo caso, riesce a valorizzare l’immaginazione e il gioco interattivo.

Insomma, con Spirit, i bambini si sono appassionati ai cavalli di plastica, ma anche a quelli veri, tanto da incrementare, pare, le fila dei piccoli cavallerizzi nei maneggi intorno a casa.

Passione per il cavallo e per tutto ciò che significa cavalcare. Libertà, spirito selvaggio, empatia, passione, grazie al rapporto terapeutico che si crea con questo splendido compagno di giochi e…perché no, di vita.

Non è un caso che il cavallo giocattolo risulti ammaliante per i bambini di tutti i tempi. Lo è il cavallo vero che, non per niente, è l’animale più adatto per sua indole, alla pet terapy e per tutti i casi in cui esista una difficoltà relazionale.

pet terapy

Il cavallo da millenni stimola la positività di chi lo avvicina, divenendo un compagno irrinunciabile e, quando non si può cavalcare davvero, largo ai giochi e all’immaginazione.

Certamente, tra tutte le animazioni “equestri”, con relativi action figure e gadgets, il mondo dei cavalli si è arricchito di nuovi appassionati…chissà magari futuri campioni del mondo equestre!