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L’Italia a cavallo: il viaggio ideale per l’estate 2022

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L’avvicinarsi della bella stagione permette di riscoprire il senso di libertà, il senso di viaggiare e ritrovare il contatto con la natura. L’autunno e l’inverno mettono a dura prova tali aspirazioni ma ecco che, al giungere delle prime giornate di tepore, si incomincia a programmare la prossima vacanza. Gli ultimi due anni hanno cambiato notevolmente le prospettive di molte persone, evidenziando quanto sia importante vivere la vita in modo consapevole ma anche afferrandone le ricchezze e le straordinarietà.

Tu hai già pensato al prossimo viaggio? E soprattutto, hai mai pensato di compiere un viaggio a cavallo?

 

 

L’Italia in sella ad un cavallo

Chi conosce Unika  sa bene quanto per la nostra azienda il Cavallo sia un vero amico, quasi uno di famiglia. Oltre al suo benessere dedicato alle gare, allo sport o ai molti prodotti studiati dal nostro team di Ricerca e Sviluppo, desideriamo che l’universo ippico sia una parte fondamentale del vivere quotidiano. Ed eccoci, a ridosso dell’estate a pensare che conoscere l’Italia viaggiando a cavallo potrebbe certamente essere un modo… uniko… di scoprire il Belpaese, di visitare e raggiungere luoghi altrimenti inaccessibili e godere di un incredibile contatto con la natura.

 

 

Viaggio green e ricco di meraviglie

Molte sono le pubblicazioni inerenti a questi itinerari, dal trekking montano alpino e dolomitico sino ai viaggi a cavallo in riva alle nostre splendide coste. Unika non vuole certo sostitursi ad un tour operator ma l’idea di scoprire l’Italia in questa modalità appare senza dubbio affascinante, assolutamente coerente con la necessaria sostenibilità che gli spostamenti sempre più richiederanno e, ne siamo certi, di una ricchezza emozionale senza pari.

Ogni Regione un itinerario

L’intera penisola offre itinerari incredibili: dalle Dolomiti del Brenta, al Trentino, al Veneto, dal Piemonte alla Valle d’Aosta, passando per le colline della Toscana e, attraverso gli Appennini, scendendo sino ad Abruzzo, Molise e Basilicata, i tour a cavallo lasciano sognare… continuando fino ai sentieri del Salento per guardare il mare dalle pendici dell’Etna o dalle alture della Sardegna.

 

 

Il giro d’Italia a cavallo si trasforma in un memorabile insieme di emozioni, sensazioni e scoperte senza fine, capace di accomunare gusti ed esigenze differenti. Da Nord a Sud, infatti e comprese le isole, l’Italia è disseminata di luoghi ideali per organizzare un viaggio a cavallo alla scoperta di località sicuramente uniche nel loro genere: basti pensare anche ai castelli dell’Emilia Romagna o alle strade della II Guerra Mondiale in Friuli Venezia Giulia. E come non immaginare un viaggio immerso nei grandi parchi come quello del Gran Sasso o dell’Aspromonte in Calabria?

 

 

Molti tour organizzati con guide esperte, poi, permettono di attraversare, da luoghi incontaminati e panoramici, anche gioielli del patrimonio urbano nazionale, spesso consacrati anche dall’Unesco: posti quasi magici dove pare che il tempo si sia fermato e che, da un momento all’altro, nelle piazze signorili, possano spuntar fuori cavalieri e dame: Pienza, Siena, Urbino, San Gimignano e Matera, solo per citarne alcuni.

Dimmi cosa cerchi e ti dirò dove andare

Viaggiare a cavallo significa anche godere di un tempo lento, di panorami spettacolari e di costruire il proprio itinerario seguendo passioni e la naturale conformazione del nostro Paese.

 

 

Ami il cibo? Perché non raggiungere i luoghi della nostra tradizione e produzione enogastronomica, simbolo del Made in Italy? Vigneti piemontesi e toscani, le strade della mozzarella di bufala campana, i frantoi della Puglia e dell’Umbria, gli agrumeti della Sicilia o a strapiombo sul mare della Costiera amalfitana sono le destinazioni ideali!

 

 

Ami, invece, i laghi? Imperdibili, allora, le passeggiate sulle rive del Lago di Garda o del Lago di Vico. Se prediligi però il mare le coste tirreniche, ioniche ed adriatiche sapranno stupirti e lasciarti senza fiato.

 

 

A ben guardare la mappa dei sentieri d’Italia è molto semplice, ma altrettanto sorprendente, comprendere quanto la geografia e l’orografia delle nostre regioni si presti in maniera stupefacente a viaggiare in sella ad un cavallo. Ogni angolo raggiungibile, ogni panorama scrtutabile, ogni cima conquistabile, ogni spiaggia cavalcabile raccontano un pezzo della nostra storia collettiva e della nostra memoria che, però, rappresenta, al tempo stesso, un modo fuori dal comune per amare l’Italia, provenendo dall’estero.

Regione che vai, cavallo che trovi

Un altro incredibile aspetto che riguarda un itinerario ippico lungo la nostra penisola, riguarda le razze equine che caratterizzano alcune aree italiane. In Toscana, ad esempio, è la patria del cavallo maremmano così come la Puglia è la terra dei murgesi e la Sicilia conserva una razza indigena dalla storia antichissima. già, perché attraverso la storia dei cavalli si potrebbero rileggere, a ristroso, molte pagine dei fatti e degli eventi più memorabili del passato: dalle grandi guerre alle battaglie per la conquista di castelli e città, dai flussi di commercio e di viaggio, fino ai racconti dal sapore antico, di generazioni di cui conosciamo pochi dettagli.

 

Pronti a conquistare l’Italia?

Molte sono le opportunità e le possibilità che un viaggio in Italia a cavallo permetterebbe di conquistare, un grand tour da sogno e tale da restare impresso in modo indelebile nel cassetto dei ricordi di una vita. Se la nostra idea ti ha incuriosito e sei pronto per intraprendere un viaggio in sella al tuo cavallo, prima  di partire passa a trovarci, in azienda o sul nostro sito, sapremo consigliarti su tutto quanto necessario in merito ai migliori prodotti e alla migliore nutrizione per il benessere del tuo compagno d’avventura.

Unika è sempre con te

Scrivici per avere maggiori informazioni all’indirizzo info@lineaunika.it e visita il nostro sito www.lineaunika.it

 

 

il cavallo esce dalla nebbia

Il cavallo in America: un ingresso o un ritorno?

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Il cavallo in America. Anche il continente americano ha avuto i suoi cavalli preistorici molto prima dei conquistadores. Seguiamone le tracce.

i cavalli nella preistoria

Il cavallo in America: dalle nebbie delle foreste pluviali, appare il cavallo primordiale

Per la rubrica “Il cavallo nella storia: un percorso affascinante”, abbiamo scelto una visuale un po’ diversa, diciamo meno eurocentrica.

Vogliamo parlarvi di un tempo e di un luogo in cui l’antenato del cavallo calpestava con i suoi piedi ancora privi di zoccoli, il suolo americano. Zampe forti e slanciate, lunghe e folte criniere al vento, mantello lucido e raso, muso allungato con grandi occhi? Nulla di tutto ciò: il cavallo primordiale aveva un muso corto, denti piccoli, non abbastanza forti per brucare le erbe ruvide. Era poco più grande di un gatto, con le zampe corte e con quattro dita per ciascuna: insomma più simile a Hi-Oh di Winnie the Pooh che a Ribot.

Comparve dopo l’estinzione dei dinosauri, circa 50 milioni di anni fa, e si ambientò subito molto bene insieme agli altri equidi tra le nebbie delle paludi e nelle foreste pluviali.

Poi, durante il Miocene, il clima si fece più secco e le paludi cedettero il passo alle praterie. Allora l’Eohippus, (così si chiamava), lasciò le brume delle paludi e comparve gradualmente, sempre più nitido, nei nuovi spazi aperti. In quegli spazi doveva allungare il collo e il muso per brucare dagli alberi e poteva correre per gli spazi aperti: comincia ora la trasformazione del muso, dei denti, del collo e della zampa che si muterà in zoccolo.

Il cavallo in America. L’essere antropomorfo che conquistò un continente

Tutti noi abbiamo studiato la storia partendo dall’Europa. Da questo punto di vista sembrerebbe che il cavallo sia stato introdotto in America dagli europei, in particolare dai conquistadores spagnoli. Tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo studiato lo stupore degli indigeni americani, le cosiddette popolazioni precolombiane, quando videro quelli che sarebbero diventati i loro conquistatori, nonché sterminatori, a cavallo.

Immaginiamo un mercante azteco che si inerpica in una fitta foresta su per la Sierra, vestito di indumenti di dura agave, che si imbatte all’improvviso in un soldato spagnolo a cavallo.

Avrebbe visto una bestia altissima, per metà umana, con due teste. Una, grande e protesa, ricoperta di pelo corto e lucido, l’altra, di uomo. Un uomo molto diverso da lui, con la pelle bianca, la barba folta e, magari, gli occhi celesti. Tutto il corpo della bestia luccica di un insolito materiale grigio. Pensa alla sorpresa, allo sgomento, misto di paura, che deve aver provato…

Questo dev’essere stato il primo incontro tra un indigeno americano e un cavaliere spagnolo. Incontro/scontro perché, di lì a poco, queste due civiltà così diverse tra loro in quanto vissute per secoli separate, collideranno e lo scontro sarà detonante.

Il cavallo era un animale che non avevano mai visto e che, quindi, interpretavano come tutt’uno con il cavaliere. Una sorta di centauro che, ai loro occhi ancora pieni di mito, appariva come un’entità divina. All’arrivo degli spagnoli, infatti, gli unici mammiferi di grossa taglia dell’intero continente americano in parte addomesticabili, erano il lama e l’alpaca.

Non appena questo essere sconosciuto e “antropomorfo” cominciò a sparare, ne compresero tutta la potenza distruttrice, cominciarono a temerlo e poi a combatterlo.

centauri

Ma lo sapevi che il cavallo aveva già calpestato la terra americana tanto, tanto tempo prima dell’arrivo degli spagnoli? Molti studiosi ritengono, addirittura, che il cavallo sia comparso prima proprio in America settentrionale, per poi passare in Asia e in Europa.

Il cavallo in America. La preistoria dei cavalli nelle Americhe: luoghi diversi in tempi lontani

Facciamo ancora un salto indietro e torniamo al nostro antenato del cavallo nel continente americano.

Quando? L’uomo c’era già, ma non sapeva ancora esprimersi con la scrittura: siamo, dunque, in piena preistoria. Il cavallo condivideva l’ambiente della prateria con poderosi mammut dal pelo folto e lungo, enormi orsi, nervosi rinoceronti. Ma anche feroci tigri con lunghissime zanne, moltissimi lupi che attaccavano le prede in grandi branchi. E ancora bisonti dal pelo lunghissimo e animaletti di piccola taglia come castori e volpi.

Gli animali si guardavano l’un l’altro con sospetto per capire ad ogni incontro quale sorte toccasse loro: se quella della preda o quella del predatore. Tutti, comunque, legati allo stesso sottilissimo filo, quello della sopravvivenza.

I cavalli, dalle praterie americane verso la tundra asiatica

Durante il lunghissimo periodo preistorico, uomini e cavalli non avevano ancora fatto amicizia, ma questi ultimi galoppavano già sul suolo americano, quindi ben prima dell’arrivo degli spagnoli.

Lo sguardo dei cavalli, nelle aperte praterie, poteva arrivare lontano, e ciò permetteva loro di accorgersi per tempo dell’arrivo delle grandi tigri, degli eserciti di lupi, di fuggire e preservare la specie.

Poi è successo qualcosa: alcuni branchi di cavalli cominciarono a spostarsi e, attraverso il ponte di terra dello stretto di Bering, oltrepassarono la porta che apre all’Asia.

Entrarono così nella Beringia, un territorio che, allora, non conosceva il gelo neanche nei periodi più freddi e per questo rappresentava una ricca e importante fonte di cibo per qualunque animale lo popolasse. Compresi i cavalli giunti dall’America che da qui si divisero in due grandi migrazioni: una si diresse verso le steppe dell’Europa, dove più tardi, probabilmente, vennero addomesticati per la prima volta. L’altra migrazione si diresse verso l’India e l’Africa dove avremmo potuto vederli correre tra le montagne e i fiumi delle savane.

Verso l’estinzione dei cavalli nel continente americano

E in America? I pochi cavalli rimasti furono sempre meno numerosi fino ad estinguersi del tutto. Ma per quale motivo? I paleontologi non hanno ancora rintracciato i motivi che spinsero i cavalli a lasciare il continente americano.

Non fu certo a causa del freddo perché quelli che erano migrati riuscirono a sopravvivere a temperature ancora più basse. Piuttosto si pensa che, quando il clima si fece più temperato, aumentò la vegetazione, quindi le foreste, poco frequentate dai cavalli – come dagli uomini – perché per loro più insicure.

Tra piante e arbusti intricati, certo il loro sguardo non riusciva più a spingersi lontano come nelle grandi praterie e, probabilmente per questo, divennero facili vittime dei predatori. Tra la folta schiera dei predatori, se ne aggiunse uno, quello più temibile, l’uomo. Armato di bastoni e punte di lance ben forgiate e letali, indossava una pelle non sua e dava loro una caccia insolita, diversa e senza tregua.

Come nel giro di un tempo relativamente breve si sono estinti il bufalo delle praterie e il merluzzo dell’Atlantico, così sembra che anche l’estinzione del cavallo in America sia avvenuta in tempi piuttosto rapidi.

Che si sia estinto per questi motivi o per altri, sta di fatto che per almeno diecimila anni i cavalli non si fecero vedere nel continente americano.

Passarono i millenni e, con loro, le ere, fino ad entrare nella storia vera e propria, quando i discendenti di quei cavalli tornarono nel continente americano, a bordo delle caravelle, sospesi nelle imbracature.

Il resto è storia, una storia di guerra, ma anche del duraturo e inscindibile sodalizio tra cavalli e uomini.

Nel prossimo articolo della nostra rubrica storica, torneremo a portarti al galoppo, alla scoperta del cavallo in altri ambienti e in altri tempi meno nebbiosi.

Un viaggio nella storia della costruzione ma anche della distruzione delle civiltà, che fece del cavallo un’icona metafisica e spirituale.

i sussurratori

Sussurrare ai cavalli

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Sussurrare ai cavalli. Per la rubrica “Dall’animazione all’Action figure, un mondo a cavallo”, vi ricordiamo un film molto caro ad amazzoni e cavalieri: “L’uomo che sussurrava ai cavalli“.

locandina sussurrare italiano

“L’uomo che sussurrava ai cavalli”. Un film di successo: per sapere qualcosa di più sul cavallo

Per la rubrica “Dall’animazione all’Action figure, un mondo a cavallo”, abbiamo scelto per tutti gli amanti del cavallo…e del cinema, un film di Robert Redford alla sua quinta regia: “L’uomo che sussurrava ai cavalli”.

Consigliamo, a chi non l’avesse ancora visto, di regalarsi tre ore in compagnia di questo film che vede tra i protagonisti Pilgrim, lo splendido purosangue, vera metafora e simbolo della vita.

Attorno a lui, lo stesso Robert Redford, Sam Neill, Kristin Scott Thomas, Scarlett Johansson e Chris Cooper. Un cast d’eccezione, dunque, per questo film del 1998.
Il romanzo di Nicholas Evans, pubblicato un anno prima, da cui trae ispirazione il film, viene raccontato fedelmente da due sceneggiatori di prim’ordine, Eric Roth e Richard LaGravenese, che indulgono a qualche libertà solo nel finale forse, addirittura, migliorandolo.

Se non hai avuto ancora il piacere di vedere questo film, ti riassumiamo la trama che darà lo spunto per approfondire il tema su coloro che preferiscono sussurrare ai cavalli piuttosto che gridare comandi.

Sussurrare ai cavalli: il dramma familiare

Il film inizia in una bella e ricca campagna vicino a New York dove Pilgrim, l’amato cavallo della giovane Grace MacLean (interpretata dall’allora quattordicenne Scarlett Johansson), è vittima di un incidente. Ne uscirà gravemente ferito e, insieme a lui, anche la sua amazzone che lo cavalcava.

Scarlet Johanson

Grace, sopravvissuta, perde una gamba e il dramma si fa più profondo anche perché, in quell’incidente, perde la vita la sua cara amica. Da quel momento, l’esistenza di Pilgrim non sarà più la stessa. Il sogno americano della famiglia di successo si infrange e la famiglia si disintegra: Grace e sua madre Annie (Kristin Scott Thomas), rimarranno sole…con Pilgrim.

La cornice della campagna fuori dalla città newyorkese non è poi più così confortante. C’è bisogno di spazio, di aria, di natura, magari selvaggia, istintiva. E allora la svolta: per volere di Annie Maclean, la madre di Grace, la famiglia da cui nel frattempo si è allontanato il marito, si trasferirà in una fattoria nel Montana.

È qui che tra gli scenari maestosi, dal sapore “Marlboro Country”, le donne e il cavallo incontreranno Tom Booker (interpretato da Robert Redford).

robert redford

Convinta che la “guarigione” della figlia sia strettamente legata al rapporto con il suo amato cavallo, Annie rifiuta l’abbattimento di Pilgrim e inizia una collaborazione che si rivelerà salvifica con Tom, “l’uomo dei cavalli”.
A questo punto il film si trasforma in una sorta di western moderno alla ricerca della possibilità, ormai estrema, di trovare un (difficile) compromesso tra famiglia/vita e felicità.

Sussurrare ai cavalli: il tempo per guarire le ferite

Il ritmo lento e cadenzato riporta al tempo della vita e, soprattutto, della guarigione del corpo e dell’anima. Un ritmo che scandisce diversamente il tempo della città rispetto a quello delle praterie del “Big Sky Country”. Nelle tre ore di film, il regista cerca proprio di spiegare questa dimensione.

Forse un film discutibile per alcune scelte che possono apparire troppo “sentimentali”. Per noi spettatori amanti del cavallo, questa sarà l’occasione per comprendere meglio il sodalizio millenario tra cavalli, amazzoni e cavalieri… e qualcosa di più.

Qual è il tempo per curare le ferite del corpo e dell’animo di un cavallo? E per guarire una persona? Quanto tempo è necessario per lenire quei dolori che non passano?
Curare è una vocazione, è un dono: per le ferite del corpo e per quelle più profonde, c’è bisogno di tempo, di un tempo lungo e paziente.

curare le ferite

Gesti lenti, dolci che sussurrano conforto, comprensione e che hanno a che fare con il nutrimento, l’accudimento, l’amore.
“Un milione di anni prima dell’uomo pascolavano sulle vaste praterie solitarie vivendo di voci che solo loro riuscivano ad ascoltare. Conobbero l’uomo come la preda conosce il cacciatore, perché prima di usare i cavalli per il suo lavoro, l’uomo li uccideva per la carne.
L’alleanza con l’uomo sarebbe stata sempre fragile perché il timore che egli aveva instillato nei loro cuori era troppo profondo per poterlo rimuovere.” Così Annie Maclean, introduce il suo progetto per la guarigione della figlia e del suo cavallo. Quale?

Sussurrare ai cavalli: un dono concesso solo a pochi

Continua, Annie, raccontando una storia lontana. Tra gli uomini che imbrigliarono per la prima volta i cavalli, ce ne furono alcuni che ebbero una sensazione, un’intuizione: nel momento forte, coercitivo, della cattura, sentirono che potevano “vedere nell’anima di quelle creature e lenire le ferite che vi trovavano. I segreti bisbigliati dolcemente nelle orecchie turbate.”

Annie stava parlando di quegli uomini che erano conosciuti come i “sussurratori”.
L’alleanza con l’uomo non poteva che rimanere per sempre fragile perché il timore che egli aveva instillato nei cavalli rimase impresso come un marchio, un imprinting indelebile.

Da qui la scelta di assumere Tom, uno che ci sapeva fare con i cavalli…e con le persone. Un “sussurratore”, appunto.

Già per il romanzo da cui attingono i due sceneggiatori del film, Eric Roth e Richard La Gravenese, nel ritrarre i caratteri dell’uomo che sussurrava all’orecchio di Pilgrim, l’autore si è ispirato ad un personaggio reale. Si tratta di Buck Brannaman.

Ma chi era Buck Brannaman? E come divenne un “sussurratore”? Dopo un’infanzia di abusi, Buck Brannaman, è stato in grado di trasformare il suo dolore in una dote preziosa: riuscire a comprendere il mondo interiore dei cavalli con cui aveva convissuto fin da bambino.
Dall’attenta osservazione delle mandrie dei selvatici mustang americani, imparò tutto quello che c’era da sapere per opporsi alla rigida e violenta doma tradizionale praticata in quelle terre e introdurre un metodo completamente diverso, basato sulla reciproca comprensione e sull’empatia.

buck brannaman

Secondo Brannaman, come ogni relazione, anche quella con il cavallo rispecchia aspetti personali non risolti. “Il modo in cui un cavallo ti risponde, racconta molto della tua relazione con lui. Parla anche un po’ di come approcci le relazioni con altri esseri umani. Se il cavallo ti accetta nel suo mondo, è probabile che tu sia un essere umano piuttosto piacevole con cui stare. Se non può sopportarti, probabilmente ci sono alcune cose che devi modellare nella tua vita che vanno al di là del rapporto con l’animale”.

È chiaro che la sua riflessione va molto oltre il rapporto uomo-cavallo per entrare in quello della vita e delle relazioni personali.
In quest’ottica, il rapporto con il cavallo diventa un insegnamento per imparare a superare gli ostacoli e i traumi che la vita talvolta ci riserva. Ci “costringe” alla relazione con il presente impedendoci di indugiare nel passato doloroso.

Proprio per questa sua profonda esperienza, Brannaman ha accettato di assistere Robert Redford, nel ruolo non facile di “sussurratore”, come consulente sul set del film .

Cosa sussurrano gli uomini che parlano ai cavalli?

Ma chi sono i “sussurratori”?. Cosa sussurrano e a quale scopo?
I cosiddetti “sussurratori” – horse whisperers, in inglese- sono fondamentali, e non solo per aiutare cavalieri ed amazzoni a superare i propri traumi o a stabilire un nuovo approccio positivo con il cavallo.

Il loro metodo si fonda, per lo più, sulla doma etologica e su un metodo dolce, basato sul rinforzo positivo per riabilitare i cavalli che hanno subito dei traumi.
Non è sempre facile giungere ad un successo anche usando questo metodo, e spesso il trauma viene superato solo in parte. Quando questo accade, per lo più, secondo Brannaman, “sono gli umani a essere responsabili del loro fallimento nel non aver aiutato un cavallo a imparare quello che non doveva fare prima che diventasse troppo pericoloso”. In questa visione c’è un messaggio importante che naturalmente travalica il mondo equino.

Come Brannaman, anche Monty Roberts, soprannominato “l’uomo che ascolta i cavalli”, ha imparato il linguaggio non verbale dei cavalli, osservandoli allo stato brado. Chi s’intende di doma dei cavalli conoscerà il metodo a diffusione mondiale del “join up”. Questo nuovo approccio adottato da Roberts, ribaltava completamente gli schemi del mondo equestre, e fu così rivoluzionario da incuriosire addirittura la Regina d’Inghilterra che rimase molto colpita durante la presentazione pratica del metodo.

In realtà, la doma etologica del cavallo, o doma dolce, è una pratica che affonda le sue radici nel passato. Già nel 350 a.C. Senofonte, nel suo Trattato sull’equitazione, raccomanda un addestramento “senza dolore”, partendo dal presupposto che un cavallo felice sarà anche più efficiente.

senofonte l'arte di cavalcare

“Addestramento gentile” significa rispettare la naturale comunicazione con i cavalli. In pratica la doma dolce si basa sul presupposto che un cavallo, trattato con dolcezza e comprensione della sua natura, sarà più disposto ad instaurare un rapporto collaborativo con chi lo cavalcherà.

Questo metodo, dunque, trae il suo fondamento dall’importanza di comprendere e condividere il codice comunicativo del cavallo. Tra i due, è l’uomo che si deve adeguare al cavallo, imparando il suo linguaggio.

I gesti e le parole che usa normalmente l’uomo quando lancia i comandi, sono segnali che spesso il cavallo non comprende o fraintende.
Si tratta di un animale molto legato ai suoi istinti che, in natura, appartiene ad un branco dove ogni esemplare ha un diverso modo di comunicare a seconda del suo ruolo nel gruppo e della gerarchia. Il movimento del corpo dell’addestratore e la voce diventano, dunque, ingredienti fondamentali per creare l’empatia necessaria e per costruire con il cavallo un rapporto proficuo e duraturo.

Sussurrare ai cavalli significa dire piano e a bassa voce che li abbiamo capiti, che siamo con loro e che insieme faremo qualcosa. Di grande, di piccolo, non ha importanza. Quello che conta è che lo faremo insieme con rispetto reciproco. Che poi, è un po’ il segreto di ogni convivenza di successo.

L’uomo che sussurrava ai cavalli: un film sui cavalli e sulle persone

Dunque, “L’uomo che sussurrava ai cavalli” è un film sui cavalli e sulle persone, su tutti noi che abbiamo a che fare con la vita. Forse un po’ prolisso, a tratti melodrammatico, senz’altro doloroso, come sa essere la vita.

E’ un film che ci insegna che amore e dolcezza sono gli unici veri ingredienti efficaci per superare il dolore. Ci insegna il “trucco” per entrare nel cuore ferito di chi soffre anche quando tutto sembra inutile. Ci insegna a parlare piano, ad “entrare” in punta di piedi, a non pretendere, ma a chiedere con dolcezza e pazienza.

conoscere il linguaggio del cavallo

Mentre corrono le immagini mozzafiato sullo schermo, impariamo che il dolore ha un suo tempo, quello di rimarginare la ferita. Un tempo lento che va sentito e accettato con comprensione e rispetto…sempre, sia che si tratti di un animale che di una persona.

Il Cavallo nell’Arte

Il Cavallo nell’Arte, dalla preistoria al ‘900

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Non esiste forse un animale che abbia avuto un ruolo principe nell’immaginario messo in scena dall’arte come il cavallo. E chi, se non Unika può comprenderne bene i motivi? È per questo che oggi ripercorreremo assieme una parte della strada e del percorso affrontato dal cavallo in secoli di Storia dell’Arte, non per affrontare un polveroso itinerario quanto per conoscere meglio i nostri amati cavalli e guardare al futuro con un pizzico d’orgoglio in più.

 

Cavallo, 16.000/14.000 a. C. – Ocra rossa, carboncino e graffiti su calcare – Grotta di Lascaux, Dordogna, Francia

 

Il cavallo nell’arte preistorica

La raffigurazione del cavallo nell’arte ha, dunque, un passato ben radicato nell’immaginario della civiltà umana e, pertanto, ciò significa che esso era presente nella vita e nelle attività sin da principio, come ben mostrano e dimostrano già le pitture vascolari e parietali preistoriche, come quelle della Grotta di Lescaux, in Francia: già 15.000 – 10.000 anni fa, quindi, l’uomo aveva affidato all’animale, molto probabilmente ancora selvatico, un ruolo chiave.

 

L’arte greca

Le prime raffigurazioni anatomicamente più dettagliate e precise appartengono alla iconografia artistica classica. Se già precedentemente, grazie ai fenici ed agli egiziani, il cavallo diventò fondamentale mezzo di trasporto, fu in Grecia che il cavallo acquisì notevole importanza non soltanto per usi bellici ma anche per la considerazione affidata all’animale nelle polis, in ambito sociale e quotidiano.

Ed è proprio in Grecia che la sua raffigurazione, in particolare nelle cosiddette ‘anfore a figure nere’ del periodo attico, oggi custodite a Parigi, nel Museo del Louvre, si delineò come espressione di forme sinuose, traduzione caratterizzata da silhouettes dal corpo robusto e le zampe longilinee.

 

Cinisca, spartana, prima donna a vincere le Olimpiadi.

 

In fondo, non possiamo dimenticare il ruolo affidato al destriero dalla letteratura epica: il leggendario stratagemma del Cavallo di Troia, ingegnoso espediente, usato dai Greci per penetrare nella città di Troia nella fatidica battaglia narrata da Virgilio nell’Eneide.

 

«Per primo accorre, davanti a tutti, dall’alto della rocca Laocoonte adirato, seguito da una grande turba; e di lungi: “Sciagurati cittadini, quale così grande follia? Credete partiti i nemici? O stimate alcun dono dei Danai privo d’inganni? Conoscete così poco Ulisse? O chiusi in questo legno si tengono nascosti Achei, o questa macchina è fabbricata a danno delle nostre mura, per spiare le case e sorprendere dal alto la città, o cela un’altra insidia: Troiani, non credete al cavallo. Di qualunque cosa si tratti, ho timore dei Danai anche se recano doni.» Publio Virgilio Marone, Eneide, libro II, vv 40-50

 

Allo stesso modo, altra illustre presenza è quella del Centauro nella mitologia greca, un essere per metà uomo e per metà cavallo protagonista di innumerevoli leggende.

 

Il cavallo nell’arte romana

A Roma, successivamente, la raffigurazione anatomica e fisionomica del cavallo si perfezionò: non si trattava più soltanto di una rappresentazione ideale, quale elemento fondamentale della dimensione reale del vissuto, ma anche e soprattutto metafora del suo spirito, forte e di conquistatore.

Molte sono le opere in cui la figura del cavallo non è secondaria ma parte integrante della narrazione, soprattutto nella scultura che, in maniera iperrealista immortala cavalli scalpitanti diretti verso la vittoria su campi di battaglia, con un affinamento delle tecniche di lavorazione di grande ingegno e raffinatezza.

 

Sala della biga, Musei Vaticani

 

 

La battaglia di Isso, mosaico romano – ca. 100 a. C. – Museo archeologico nazionale di Napoli proveniente dalla Casa del fauno di Pompei

 

 

I monumenti equestri

Il popolo romano scelse il cavallo non soltanto come riferimento per le attività quotidiane, commerciali, di trasporto e belliche; esso, infatti,  iniziò a rapprentare un fedele alleato e, soprattutto ciò che potremmo definire uno status symbol. È  in questo momento che si afferma una nuova tipologia di ritrattistica: gli imperatori, sempre più spesso, si facevano immortalare in opere monumentali di tipo ‘equestre’, capaci di infondere loro un’aura di regalità e potere, come ad esempio quella di Marco Aurelio, già in Piazza del Campidoglio ed ora ai Musei Capitolini.

 

Monumento equestre a Marco Aurelio, 176 d.C., bronzo, Musei Capitolini, Roma

 

Sfuggito alla damnatio memoriae, il Monumento equestre a Marco Aurelio, in bronzo, raffigura l’imperatore filosofo con la sua barba e avvolto dalla toga; Egli sovrasta il cavallo perfettamente bardato e impeccabilemente trattato da un punto di vista della mimesi anatomica. Il monumento romano, considerato un gruppo statuario prettamente classico, indusse, secoli dopo, nel 1531, Papa Paolo III ad ordinare a Michelangelo di trovare una degna collocazione in quella che era sede autoritaria romana per eccellenza: Piazza del Campidoglio.

Ciò che Michelangelo è stato in grado di ideare e realizzare meriterebbe un focus a parte, ma possiamo sintetizzare affermando che riuscì a costruire, con al centro la scultura d’epoca romana, il vero senso dell’idea rinascimentale secondo cui l’uomo è al centro del mondo.

Seppur questa collocazione e quanto chiesto da un Papa apparirebbe fuori luogo, in verità, Paolo III seguiva una volontà portata avanti anche in precedenza, poiché monumenti equestri ai grandi personaggi coevi, meritevoli di imprese politiche o belliche ed eternati sui loro cavalli in complessi scultorei, si ergevano già nelle piazze di importanti città, soprattutto del nord, ad opera, ad esempio di altri grandi maestri; si ricordino Donatello e il  Monumento equestre al Gattamelata a Padova e il Monumento equestre a Bartolomeo Colleoni, opera di Andrea del Verrocchio a Venezia.

 

 

Il cavallo nell’arte del Rinascimento

Con il passare del tempo, anche lo studio degli animali si intensificò, tanto che nel Rinascimento, la loro presenza in dipinti e sculture non fu più secondaria o accessoria, ma assunse ruolo protagonista, e alcuni pittori divennero veri specialisti in tale tipo di raffigurazione, come nel caso di Giovanni da Udine, appartenente alla bottega di Raffaello. Esempio splendido di tale rinnovato interesse è certamente ravvisabile nella  Sala dei Cavalli di Palazzo Te a Mantova opera di Giulio Romano, uno dei più talentuosi e classicisti della bottega del maestro Sanzio. Nel palazzo mantovano, l’artista decorò le pareti con le raffigurazioni dei cavalli a grandezza naturale, delle scuderie gonzaghesche, rendendo ancor più evidente il ruolo di status symbol del cavallo, tanto che di quattro di essi raffigurati, se ne conoscono i nomi: Dario, Morel Favorito, Battaglia e Glorioso.

 

Giulio Romano,Rinaldo Mantovano e Benedetto Pagni, Sala dei cavalli,1526-28 ca, Palazzo Te, Mantova

 

La battaglia, scena perfetta per i cavalli

Senza dubbio, una delle dimensioni più riconoscibili della storia del cavallo nell’arte è la raffigurazione in campo di battaglia. Scene che prevedevano una molteplice presenza di elementi che, complicando molto la rappresentazione, si configurò come ambito di studio fondamentale per gli artisti che dovevano riportare, spesso per opere che inneggiavano vittorie ed epiche imprese, la suggestione di un intero popolo, di una casa reale o di famiglie di alto lignaggio a capo delle città. Impossibile non citare in tale percorso Paolo Uccello e il trittico della Battaglia di San Romano nel quale le figure dei cavalli rivestono un ruolo essenziale nell’intera struttura  dell’opera, sia compositiva che emotiva, conservato al Louvre.

 

Paolo Uccello, scena dalla Battaglia di San Romano, 1438, Louvre

 

Naturalmente, se si pensa a cavalli in battaglia la mente corre a Leonardo da Vinci, ai numerosi bozzetti dei suoi studi sui cavalli – molti dei quali appartengono alla Collezione reale del Castello di Windsor – volti, in larga parte, alla composizione della monumentale e ahinoi perduta Battaglia di Anghiari, di cui resta solo un bozzetto di metà ‘500, realizzato da un suo seguace e riproposto in una fedelissima copia da Peter Paul Rubens, nel 1603.

 

Leonardo da Vinci, Studio per un gruppo di cavalieri per lo sfondo della Battaglia di Anghiari, 1503-04

 

Peter Paul Rubens, Copia della Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci, 1603

 

Il cavallo nell’arte del Seicento

Nel XVII si riafferma questo tipo di soggetto, ripreso splendidamente da Caravaggio che dipinse per la Cappella Cerasi nella Basilica di Santa Maria del Popolo a Roma, nbel 1601, La conversione di San Paolo. Grazie al Merisi si assistette ad un cambiamento molto importante: come per tutta la sua pittura, l’artista lombardo accantonò la perfezione iconografica, smaccatamente ‘finta’, per dar vita ad una pittura realistica e naturalista, imperfezioni comprese. Nell’opera citata, infatti, il cavallo da cui rovinosamente cade San Paolo, è raffigurato nel suo pellame pezzato bianco e marrone, illuminato da un fascio di luce divino; le possenti zampe posteriori, i potenti muscoli anteriori e lo zoccolo ferrato sono una grandiosa e drammatica allegoria dell’accaduto narrato.

 

Caravaggio, Conversione di San Paolo, olio su tela, S.Maria del Popolo, Roma 1601

 

Il Settecento

Nei secoli, la presenza del cavallo nelle opere d’arte è mutata, così come sono cambiati i costumi e le abitudini della società, tuttavia, ancora nel Settecento, mentre la corrente del Romanticismo avanzava in Europa, Johann Heinrich Füssli propose una nuova visione legata al cavallo, in una delle sue opere più note, traduzione di aspetti mistici ed onirici della notte, intitolata L’incubo, ed esempio di quel clima di nostalgia gotica proprio del romanticismo mitteleuropeo. Il cavallo, così dipinto, non fu inserito per caso: secondo tradizioni nordiche, difatti, gli incubi erano sempre preannunciati da un nano mostruoso, qui visibile sul ventre della vergine, un nano che cavalcava una giumenta.

 

Johann Heinrich Füssli, L’Incubo, olio su tela, 1790

I tempi cambiano, il cavallo resta. L’arte del ‘800

Il nuovo secolo si apre con un’opera entrata nell’immaginario collettivo: Napoleone valica il San Bernardo dell’artista neoclassico francese Jacques Louis David. Questo dipinto affidò nuovamente al cavallo quel ruolo signorile, nobile e potente alleato del signore che aveva avuto in epoca imperiale e che Napoleone Bonaparte aveva ripreso in modo estremo. Nel quadro, infatti, Napoleone è raffigurato come un condottiero, erto nella sua possanza al pari degli altri due illustri predecessori che valicarono le alpi: Carlo Magno e Annibale. In una composizione magniloquente, il generale francese è ritratto al groppo del suo Marengo, fidato compagno di una ennesima impresa eroica. Eroismo che è totalizzante nell’intero dipinto, caratterizzato dalla fierezza di Napoleone e acuita dalla perfezione spettante al cavallo, candido, con crine folto e lunghissima coda.

 

Jacques Louis David, Napoleone valica il San Bernardo, olio su tela, 1800

 

Il cavallo compagno di lavoro e del tempo libero

Un nuovo cambiamento, prettamente sociale, investì l’Ottocento e il Novecento, epoche in cui, il cavallo, diventa amico e compagno del tempo libero ma anche fedele risorsa per il lavoro dell’uomo. A raccontare tale dimensione, ricordiamo in particolare due artisti: il francese Edgar Degas e l’italiano Giovanni Fattori.

Degas, nel secondo ‘800, studia a fondo i protagonisti del passatempo prediletto dai parigini: le corse all’ippodromo. Egli dipinse diverse opere incentrate sia sulla affascinante resa anatomica del cavallo, sia su quell’appassionato clima di competizione, svago e tensione che si respirava durante le corse, come si evince nel dipinto La sfilata preannunciante una gara che sta per disputarsi.

Come UniKa sa bene, sono posti in primo piano i fantini in groppa ai loro cavalli in trepidante attesa dell’inizio della competizione; sulla sinistra è presente la folla e, in questa sorta di fotografia, Degas cattura la scena da un angolo inusuale, come se fosse uno dei fantini. Manca perciò la teatralità cui l’arte ci aveva mostrato sino a questo momento; l’artista scelse, piuttosto il silenzio e l’inconsapevolezza della gara provata dai suoi protagonisti: i fantini ed i cavalli.

 

Edgar Degas, La sfilata, olio su tela, 1866-68, Parigi, Museé d’Orsay

 

Giovanni Fattori, in Italia, ha invece raccontato i cavalli nella quotidianità della vita dell’uomo, con una particolare attenzione al ruolo dell’equino quale simbolo di lavoro nei campi. Opera decisamente ricca di pathos e rivelatrice di questa dimensione è Il Cavallo morto. Nel bel mezzo di un campo di grano giace un morente cavallo, stremato dalla fatica e dal lavoro della campagna; al suo fianco un triste e desolato contadino, emblema di una rovinosa perdita, in cui il legame con l’animale è simbolo di proprio sostentamento, reso incerto dall’improvvisa morte del cavallo, fedele amico ma anche prezioso bene.

 

Giovanni Fattori, Il cavallo morto, 1903

 

Rivoluzionario Novecento. Boccioni e De Chirico

Agli inizi del Novecento si apre un secolo che rivoluziona il modo di vedere i cavalli, nel grande stravolgimento della Storia. L’arte risponde al cambiamento documentando tutto attraverso nuovi linguaggi e stili. L’Italia è stata, negli anni tra i due secoli, fucina di grandi e fondamentali mutamenti, periodo in cui anche il ruolo del cavallo dell’arte visse un momento di nuova attenzione, in particolare grazie all’impulso offerto da artisti e correnti del secolo appena iniziato: l’energico e raggiante Futurismo e la statica e mitologica Metafisica.

Due esempi su tutti sono quelli che citeremo.

Umberto Boccioni raffigurò il cavallo come elemento impetuoso di dinamismo nelle sue tele futuriste, come mostra una delle sue prime opere del genere, del 1910, La città che sale. Dipinta durante la contemplazione dei lavori in un cantiere di Milano, il cavallo campeggia al centro del dipinto ed è un chiaro riferimento simbolico all’evoluzione, alla produttività ed all’accelerazione di cui si faceva portavoce il Manifesto Futurista di Filippo Tommaso Marinetti. Il cavallo è preso da Boccioni quale riferimento di indomabile furia, che si dimena senza poter esser placato. La società, afferma così Boccioni, cambia, evolve, progredisce verso il futuro e non può fermarsi, mentre l’umanità può solo adattarsi a tale evoluzione.

 

Umberto Boccioni, La città che sale, olio su tela, 1910, MoMa, New York

Il secondo artista italiano chiamato ad esempio è Giorgio De Chirico, che riprese il cavallo, al contrario di Boccioni, ponendolo in scenari differenti, come distese litoranee, in un tempo placido e indefinito, uno spazio ignoto che si perdeva in un rimando alle civiltà classiche. Nell’opera  Cavalli in riva al mare – soggetto ripreso più volte dal pittore metafisico –  i due animali sono raffigurati nella loro maestà mitologica, longilinei e definiti da pennellate vigorose e un chiaroscuro scultoreo. Così descritti appaiono come allegoria del sentire umano, sospesi in un limbo inspiegabile.

 

Giorgio De Chirico, Cavalli in riva al mare, olio su tela, 1927

 

Rivoluzionario Novecento. Oltralpe

In Germania, in Francia ed in Spagna, il cambiamento si attua secondo altri linguaggi e la figura del cavallo ha continuato ad interessare gli artisti.

Ricorderemo Franz Marc in Germania, che riprese il soggetto equino per scomporlo, ricomporlo e farne elemento di sperimentazione pittorica complessa che nel volgere di pochissimi anni presentava differenze molto evidenti. Marc fu, inoltre, tra gli esponenti di un movimento di artisti formato a Monaco di Baviera attivo dal 1911 al 1914, sino alla dispersione causata dalla I Guerra Mondiale; il nome del movimento la dice lunga: Der Blaue Reiter, ovvero ‘Il Cavaliere Azzurro’.

 

Franz Marc, Cavalli Blu, 1913

 

La forza dello sperimentalismo giunse in Spagna e, nella mani di Pablo Picasso si trasformò sino ad offrire al cavallo un ruolo capitale nell’opera denuncia Guernica, dipinta nel 1937 a seguito del bombardamento aereo sulla città spagnola, durante la guerra civile. In questo caso, il cavallo diviene il simbolo di un popolo intero. Il tormento disperato che anima l’intera opera si focalizza al centro su un animale imbizzarrito e impaurito a rappresentare il popolo spagnolo ormai sfinito, turbato e alienato dalla guerra civile.

 

Pablo Picasso, Guernica, olio su tela, 1937

 

Si arriva così in Francia, dove René Magritte nella tela La firma in bianco trasformò il cavallo in soggetto surrealista. Nell’opera, una dama a cavallo nei boschi tra molti tronchi d’albero, si fa soggetto di una serie di giochi volumetrici e di scomposizioni prospettiche in cui Ella ed il cavallo appaiono e scompaiono, emblema di sguardo furtivo sulla vita. Magritte voleva dimostrare, in modo surreale, un concetto piuttosto semplice: nella vita di tutti i giorni ci sono cose che si possono vedere in alcuni momenti ed in altri no; tuttavia, ciò non significa che nel momento in cui non le si vede, esse non esistano.

 

René Magritte, La firma in bianco, olio su tela, 1965

 

 

Questa indagine che Unika ha voluto fare sulla figura del cavallo nell’arte non è ancora terminata e nei prossimi mesi vi porteremo alla scoperta di come l’arte contemporanea ha scelto di raffigurare i nostri amati cavalli…

 

cavallo di Barbie

Un mondo di giochi a cavallo

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I giochi a cavallo. Per la rubrica “Dall’animazione all’Action figure, un mondo a cavallo”, vogliamo parlarvi del cavallo nel gioco. Un mondo che ammalia grandi e piccini, al punto da muovere rave e collezionisti di tutto il mondo.

 

cavallo giocattolo

Un mondo di giochi a cavallo per i bambini di tutti i tempi

Erano gli albori della storia e già i bambini giocavano immaginando di cavalcare un agile destriero. Ben presto è nato il giocattolo del cavallo che ha assunto, nei secoli, diverse sembianze.

Inizialmente, l’espediente più immediato, e anche il più semplice, per emulare le cavalcate dei grandi era quello di cavalcare un bastone.

Ma, nell’ambito dei giochi “cavallereschi”, il giocattolo più “pedagogico” e il più gradito a chi si accingeva a fare i primi passi, è stato senz’altro il cavallino a traino su rotelle. Un vero e proprio strumento di psicomotricità ante-litteram. Chi di noi non ne ha avuto uno? Visitate le cantine dei vostri genitori e, forse, avrete la fortuna di ritrovarlo. ?

Nel passato era molto più di un semplice gioco. Infatti, era fondamentale per i rampolli dei nobili affinché imparassero a cavalcare con dimestichezza fin da piccoli.

cavallo a rotelle

Bisognerà attendere il Seicento per incontrare i primi esemplari di cavalli a dondolo, veri e propri capolavori di artigianato, sempre riservati ai bambini più abbienti. Sembra che il primo cavallo a dondolo risalga al 1610. Ora è gelosamente custodito al Victoria & Albert Museum di Londra dove grandi e piccini possono ammirarne la bellezza. Preziosamente decorati, i primi cavalli a dondolo erano in legno, cartapesta o metallo, spesso ricoperti con pelo animale.

Sarà solo tra il XIX e il XX secolo che, anche grazie a nuovi materiali e moderne tecniche di lavorazione, i cavalli giocattolo diventano più semplici ed accessibili a tutti. Da questo momento in poi, almeno un destriero giocattolo cavalcherà nella camera di ogni bambino.

Dai cavalli più antichi e preziosi, a dondolo, a rotelle, a quelli bellissimi per le giostre, il mondo dei bambini si colora e si anima. A proposito, ti piacerebbe ammirare qualche esemplare di questi meravigliosi giocattoli e seguirne il percorso storico? Puoi farlo! Lo sapevi che esiste il Museo del Cavallo Giocattolo? È a Como ed è un luogo veramente speciale dove chi è grande torna piccino mentre i più piccoli possono far galoppare l’immaginazione. Un luogo che custodisce un passato generoso e che trova nella cultura il tramite tra le diverse generazioni.

cavallo a dondolo

 

È chiaro che il cavallo, vero o giocattolo che fosse, già nel passato, appassionava e conquistava i bambini…e non solo. L’ingegno dell’uomo e la crescente attenzione nei confronti dell’infanzia hanno prodotto, nel tempo, svariate e originali tipologie di cavalli giocattolo fino a giungere ai memorabili Micronauti e alle attualissime action figure.

Un mondo di giochi a cavallo: Micronauti che passione!

Che passione quella dei Micronauti! I giocattoli che hanno tracciato la storia dell’intrattenimento e che continuano ad essere considerati pilastri dell’immaginario pop. Per i più giovani è doveroso un piccolo “flash back” per provare a spiegare questo mondo di ricordi, in realtà abbastanza ineffabile per la complessità di emozioni che ha suscitato.

Chi appartiene alla generazione tra i 30 e i 40 anni, ricorderà bene quei personaggini che hanno popolato i giochi e la fantasia della sua infanzia. Stiamo parlando, appunto, dei Micronauti, una serie di action figure che rappresentavano personaggi fantascientifici ispirati ai robot delle animazioni e dei Manga giapponesi dei memorabili anni ‘70.

I Micronauti approdano in Italia dopo il 1977 per dominare le camerette dei bambini, per lo più maschi, fino al 1980. Prodotti dal 1976 dall’americana Mego Corporation, alcuni di loro traggono chiara ispirazione dalle action figure classiche dei “Microman”. Altri, invece, come Baron Karza, erano molto somiglianti a Jeeg, della serie Jeeg robot d’acciaio.

In Italia è stata la GIG ad assicurarsi i diritti di importazione e distribuzione con relativo rebranding. Infatti, il marchio cambia da “Micronauts” a “I Micronauti”.

micronauti

Un successo strepitoso, al punto che la GIG chiese e ottenne la licenza di produrre ulteriori personaggi: King Atlas, Green Baron e rispettivi destrieri, Emperor e Megas, che divennero molto popolari in Italia e nel resto d’Europa, pochissimo negli Stati Uniti.

La caratteristica vincente di quelli che furono i modelli più diffusi in Italia, era quella di avere le parti del corpo che si potevano smontare e collegare tra loro tramite calamite.

Poi c’era la linea di mezzi e basi spaziali, con tanto di spade laser, e degli alieni. È evidente che un’altra fonte d’ispirazione dei mitici Micronauti non poteva che essere Guerre stellari, in particolare il personaggio di Dart Fener per Baron Karza e i soldati imperiali per Force Commander.

Inutile dire che la linea ebbe un grandissimo successo in tutto il mondo. La Mego ne ricavò un fatturato di oltre trenta milioni di dollari all’anno con, in più, vendita di licenze ad altre case per la produzione di gadgets correlati, come puzzle e fumetti.

La stessa Mego, poi, produsse moltissimi gadgets, come veicoli e cavalcature robotiche per i Micronauti e, nientemeno, che la Micronite, una sostanza gommosa rosa, molto simile al pongo, inserita all’interno di un asteroide di plastica.

Il sistema in cui diversi modelli di Micronauti potevano scomporsi in molteplici componenti e, quindi, mutare forma combinandosi fra loro, come Jeeg e molti altri robot giganti giapponesi, li rendeva davvero irresistibili. Poterli trasformare permetteva di saziare il desiderio di manualità tipico dei bambini e di tanti adulti che si appassionarono alle diverse serie.

Sì, proprio così! Per molti, i Micronauti, da appassionante gioco che popolava le stanze della loro infanzia, sono divenuti una vera passione che ha accompagnato anche l’età adulta. Collezionismo, partecipazione a concorsi, fiere …e il gioco è fatto. Un successo che trascende i tempi e le generazioni.

In Italia, la serie dei Micronauti raggiunse l’apice del successo con i personaggi di Baron Karza e Force Commander. Ed è qui che gli appassionati di cavallo ricorderanno le splendide cavalcature, Andromeda e Oberon!

In particolare, i giocattoli di questa serie sono così preziosi da costituire oggi un vero valore. Lo sapevi che le serie complete e in buono stato possono anche avere un valore economico notevole nel mercato dei collezionisti? Vai a frugare in cantina, chissà, magari tra vecchi cavalli a dondolo potresti ritrovare anche una serie completa di Micronauti! ?

Il cavallo di Barbie: il boom di una vita spensierata a cavallo

Le avventure delle bambine dagli anni ‘80 ad oggi potevano davvero prendere vita grazie al leggendario cavallo di Barbie.

Sì, perché Barbie, la bambola più dinamica e multi-potenziale della storia, ha potuto immergersi in nuove e più movimentate avventure insieme al suo nuovo cavallo. Anzi, ai cavalli: proprio negli anni Ottanta, la bambola che ha fatto sognare almeno sei generazioni, divenne abile amazzone di diversi cavalli. La Mattel, infatti, inserì questi bellissimi compagni di gioco anche per andare incontro agli amanti dell’equitazione e ai loro diversi gusti.

Barbie a cavallo

Dal cavallo sauro con le gambe snodate e la sella tipicamente western, al cavallo grigio dalla criniera molto lunga e il passo stile andaluso, fino al cavallo nero e al pony di Skipper, la sorellina di Barbie.

In un ventaglio sempre più dinamico, la bambola più famosa del mondo si cimenta in discipline sempre nuove con la solita destrezza, dal salto ad ostacoli fino al Cross Country.

Come sempre tutto quello che ruota intorno a Barbie deve essere perfetto. Ogni dettaglio viene curato nei particolari perché, come si sa, sono i dettagli che fanno la differenza. Il maneggio diviene un vero e proprio mondo. La stalla con il box, le staccionate, i paddock e perfino le balle di fieno, la carriola, i secchi.

Ma non è finita qui: Barbie è un’esteta precisa ed esigente anche con i suoi cavalli. Ed ecco, allora, tutto quello che serve per la cura del cavallo. Ogni genere di accessorio come le spazzole e i finimenti, la capezza, le redini, la sella, le staffe, i paraocchi. Barbie ha pensato proprio a tutto, anche alle coperte fiorite, molto country, ai para stinchi, para zoccoli, borse per equitazione molto cool, fino agli ostacoli da maneggio.

Naturalmente l’abbigliamento di Barbie e delle bambine che montano sui pony non poteva non essere disegnato e cucito assecondando il fashion mood: stivali per equitazione, stivali da pioggia, il casco per montare e il giubbotto di protezione.

Tutto, ma proprio tutto, all’insegna delle tendenze della moda dagli anni Ottanta ad oggi. Poi si aprirà il sipario alle nuove tecnologie. Come?  Negli anni 2000 è stato presentato il cavallo che parla e nitrisce e infine il cavallo interattivo. Con l’aiuto delle più moderne tecnologie, si muove da solo a comando e interagisce con il comando vocale.

Insomma, tutto nel mondo di Barbie rappresenta molto di più di un’evoluzione continua negli anni: una vera e propria rivoluzione per rendere questo mondo irresistibile!

I soldatini a cavallo: pezzi unici e irrepetibili

Un altro tuffo nostalgico nei giochi “a cavallo” degli anni ’80 e ’90 ci porta a riscoprire i soldatini.

Al Museo del Cavallo Giocattolo di Como, potrai ammirare anche la collezione di preziosi soldatini in piombo, dipinti minuziosamente a mano. Fanno parte della tipologia “Norimberga” nota per aver fabbricato i soldatini bidimensionali che, per questo, vengono definiti anche “piatti”. In scala 1:32, poggiano su una piccola base, sono alti circa 4 cm e ognuno di loro cavalca uno splendido destriero.

Il bello di questi irresistibili e, spesso molto antichi, compagni di giochi, non è solo il loro aspetto compiuto, quanto l’idea vincente di montarli, incollare elementi e, soprattutto dipingerli.

Be’, qui entriamo nel mondo complesso e intrigante del modellismo vero e proprio. Milioni di bambini in tutto il mondo sono divenuti abili artisti tutte le volte che aprivano impazienti il magico pacchettino.

La scatolina che custodiva i pezzi dei soldatini con tanto di pennellino e tempera per dipingerli, era uno scrigno che schiudeva un mondo. Un mondo di future avventure, frutto di un lavoro sottile, fine, che trasformava nelle mani dei bambini, ben fatti oggetti seriali, di fabbrica, in preziosi esemplari, unici perché personalizzati.

museo di como

Non è difficile immaginare che quegli oggetti che uniscono pregiate fatture industriali ad artistici tratti artigianali, conquistarono e conquistano il mondo degli adulti.

Se si vuole avere un’idea dell’ampiezza di questa passione, basterà dare un’occhiata alle collezioni di soldatini commercializzata niente meno che dalla De Agostini!

Nei negozi specializzati, oppure on-line, ogni canale è buono per acquistare, vendere, scambiare e confrontarsi sugli eroi che prima di latta, poi di piombo, infine di plastica, cavalcano l’avventura dell’immaginazione in groppa ai loro cavalli.

My little pony: un successo cosmico

Chi di noi ha avuto la fortuna di vedere I giocattoli della nostra infanzia (The Toys That Made Us), la serie approdata su Netflix qualche anno fa, non ha potuto esimersi da un prolungato “Ooohh” di stupore scoprendo che avrebbe potuto diventare ricchissimo, solo conservando una di quelle collezioni di quando erano bambini.

E questo vale più che mai per le action figure di My little pony. Deliziosi (e un po’ leziosi) piccoli quadrupedi che hanno reinventato la bambola moderna in un’epoca dominata da Barbie, regalando stupore e meraviglia ai bambini.

my little pony action figure

Bianchi, rosa e azzurri questi piccoli ponies, immersi in un mondo di favola, indossano i colori dell’arcobaleno…simbolo di inclusione?

Quei variopinti ponies parlano e interagiscono con gli uomini. Vivono a Ponyville, una piccola cittadina fondata dai ponies di terra, ma aperta anche ai pegasi e agli unicorni, e hanno davvero conquistato il mondo dei piccoli e…non solo.

Lo sapevi che quello di My little pony è un vero e proprio mondo che vanta numerosissimi fan adulti?

Un articolo di Repubblica del 2013 scriveva così: “Arrivano da tutto il mondo, hanno circa vent’anni, e sono per lo più ragazzi. Sono i seguaci del cartoon “My Little Pony”, parte dell’ultimo insospettabile fenomeno di massa. Un documentario ne racconta vita e passione: tra costumi di peluche, buoni sentimenti e un dubbio finale.”

Una vera e propria comunità digitale con migliaia di seguaci, dall’America a Tel Aviv. Professano i valori dell’amicizia, del rispetto per chi è “diverso” (ecco l’arcobaleno inclusivo) e del prossimo in generale. Non hanno altra guida spirituale al di fuori dei My little Pony. È così che i piccoli ponies multicolor, amati dalle bambine degli anni ‘80, assurgono inaspettatamente a profeti di pace e amore.

Questa imponente e variegata community di fan, si riunisce sotto il termine dei brony. Per comprendere la portata del fenomeno, basti pensare che è stata creata negli Stati Uniti una convention, chiamata BronyCon, proprio per loro. Lo scopo? Riunire il fandom.

Ed ecco che il “dubbio finale” dell’articolo di Repubblica trova una sua spiegazione… sì perché, tra le migliaia di visitatori, non ci sono solo genitori con i loro bambini, ma adulti di ogni età, spesso vestiti come i loro personaggi preferiti, che si ritrovano ogni anno per celebrare il favoloso mondo di Twilight Sparkle e co.

Tutto questo crea un “miscuglio”, una sorta di dualismo quantomeno sospetto. Un contrasto accentuato tra lo stile dell’animazione, il pubblico di riferimento e un riscontro non contemplato, su target non previsti. Si crea, dunque, un’imprevista confusione di intenti poco chiari, quando non ambigui e, comunque, non sempre così positivi. In realtà la community dei brony è un fenomeno complesso, che merita un’opportuna ricerca.

Non per niente, nel 2019, è stato pubblicato un libro “Il mondo dei brony. Indagine sul fandom di My Little Pony” di Francesco Toniolo, proprio per indagare in modo approfondito la community dei brony.

brony

Se ne desume che, dietro la passione degli adulti per i piccoli ponies, spesso si nasconde la ricerca di una via di fuga da depressione, esclusione sociale, bullismo. Molti degli intervistati tra i brony ammette di aver ritrovato la gioia di vivere, proprio immergendosi nel mondo delle animazioni e delle action figure dei My little pony. Insomma, amicizia, altruismo, pace… e tanto altro, nel magico mondo delle Mane Six, con un dubbio che resta…

Spirit: cavallo selvaggio

In questa rassegna, non poteva mancare la più recente tra le action figure equine: Spirit, il cavallo ribelle. Qui siamo andati oltre, quanto a tecnologia. Con questi cavallini, immancabili tra i giochi dei millennials, basta premere sul muso perché il cavallo reagisca con movimenti e con effetti sonori.

Premendo il pulsante sulla schiena, invece, è possibile fargli alzare e poggiare sul pavimento la zampa anteriore, oppure farlo arretrare sulle zampe posteriori. Ancora, può impennarsi come un vero cavallo. Le zampe sono tutte snodabili perché possano correre e saltare simulando contemporaneamente i suoni realistici del galoppo.

La criniera è morbida per poter essere spazzolata e per acconciature secondo i dettami dello styling più creativo. I cavallini in plastica vengono corredati anche di svariati accessori: trofei, nastri, spazzole e tutto per la criniera.

Naturalmente, insieme a tutto ciò, esiste la possibilità di costruire degli ambienti equestri ispirati all’animazione.

spirit cavallo selvaggio

Tutto il necessario per favorire il gioco creativo, ancora di più rispetto al passato, grazie ad una tecnologia sempre più evoluta che, anche in questo caso, riesce a valorizzare l’immaginazione e il gioco interattivo.

Insomma, con Spirit, i bambini si sono appassionati ai cavalli di plastica, ma anche a quelli veri, tanto da incrementare, pare, le fila dei piccoli cavallerizzi nei maneggi intorno a casa.

Passione per il cavallo e per tutto ciò che significa cavalcare. Libertà, spirito selvaggio, empatia, passione, grazie al rapporto terapeutico che si crea con questo splendido compagno di giochi e…perché no, di vita.

Non è un caso che il cavallo giocattolo risulti ammaliante per i bambini di tutti i tempi. Lo è il cavallo vero che, non per niente, è l’animale più adatto per sua indole, alla pet terapy e per tutti i casi in cui esista una difficoltà relazionale.

pet terapy

Il cavallo da millenni stimola la positività di chi lo avvicina, divenendo un compagno irrinunciabile e, quando non si può cavalcare davvero, largo ai giochi e all’immaginazione.

Certamente, tra tutte le animazioni “equestri”, con relativi action figure e gadgets, il mondo dei cavalli si è arricchito di nuovi appassionati…chissà magari futuri campioni del mondo equestre!

 

 

 

Fiera CavalliVerona 1898

Fiere equestri, una storia moderna

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La storia moderna ci ha insegnato quanto la diffusione del cavallo sia diventata, ad un certo punto, insostituibile sia nel lavoro che nel trasporto, in particolare prima dell’avvento delle automobili e dei mezzi di locomozione più avanzati. Tale importanza, perciò, ha visto il nascere e la rilevanza di un vero mercato culminante con lo svolgimento di fiere equestri, momenti in cui allevatori e commercianti presentavano ai possibili acquirenti il meglio della propria produzione.

 

 

Il progresso e il cambiamento

La rivoluzione industriale e la trasformazione portata dalla nuova economia occidentale da agricola a industrializzata hanno cambiato completamente gli scenari: molte razze equine divennero prossime all’estinzione e persino il comparto degli allevamenti fu molto trascurato. Le fiere equestri, da incontri fondamentali per l’economia legata alla figura del cavallo, erano quasi scomparse, ne sopravvivevano solo poche, focalizzate per lo più sugli sport ippici.

America e Vecchio Continente

Una sostanziale differenza emerse tra l’America e l’Europa: se oltreoceano il cavallo rimaneva diffuso e anche il suo ruolo era ancora privilegiato, in Europa si assisteva ad una più netta differenza tra i Paesi anglosassoni, colonie comprese, e gli altri Paesi. Nei territori sottoposti alla corona inglese, infatti, il cavallo, come in America, era considerato un elemento intrinseco alla storia e alla cultura d’appartenenza, come, del resto, è ancora oggi.

 

 

Dalla civiltà delle macchine alla libertà della natura

Tuttavia, si è assistito negli anni della rivoluzione industriale, ad un paradosso: la stessa civiltà delle macchine ha reso possibile la rinascita del cavallo; da mezzo di trasporto e di lavoro, gli equini sono diventati compagni di tempo libero ed elemento di contatto con la natura.

 

 

Il cavallo oggi

Dalla fine dell’800 il cavallo ha visto un momento di grande riconoscimento e rilancio, anche grazie all’idea di un rapporto speciale e unico con l’animale, tale da aver fatto risorgere, in un certo senso, manifestazioni ed eventi a lui dedicate, come le fiere equestri, appunto. Manifestazioni che hanno il compito e la capacità anche di valorizzare un’economia in espansione ed un settore in crescita, sopravvissuto a molte difficoltà.

Le fiere equestri dei nostri giorni

Le fiere contemporanee, in realtà, non sono moltissime ma quelle che esistono hanno cambiato modalità e approccio rispetto al passato. Oggi ai criteri del mercato, quindi tesi alla commercializzazione di cavalli e attrezzature dedicate, si affianca, in maniera egualitaria, una grande attenzione verso gli sport equestri e il fondamentale benessere del cavallo, protagonista di una vera rivoluzione in suo favore.

 

 

Quali sono le fiere più importanti in Europa?

Se volessimo elencare gli avvenimenti e le fiere equestri più importanti del nostro continente non potremmo non citare:

  • Fieracavalli Verona
  • Equitana (Essen, Germania)
  • Spoga Horse (Colonia, Germania)
  • Pferd Bodensee (Friedrichshafen, Germania)
  • Elmia Scandinavian Horse Show (Jönköping, Svezia)
  • Hansepferd Hamburg (Amburgo, Germania)
  • Salone del Cavallo Americano (Cremona, Italia)
  • Salon du Cheval de Paris (Parigi, Francia)

La fiera a cui l’Italia è sicuramente più affezionata è certamente Fieracavalli Verona. Fieracavalli Verona nasce nel 1898 ed è considerato l’evento fieristico nazionale per antonomasia.  Si svolge ogni anno nel mese di novembre ed è un vero riferimento per cavalieri, amazzoni e amanti degli animali oltre che evento di grande valore in ambito commerciale.

Unika a Fieracavalli Verona

Anche quest’anno noi di Unika saremo presenti a Fieracavalli Verona, per raccontarvi le storie dei nostri Ambassadors, per mostrarvi e farvi scoprire i nostri nuovi prodotti, tra cui Tendon Gel, Tendon 10+  e le famose Unika Balls, l’expertise in campo della nutrizione, le novità della ricerca del nostro laboratorio e tutto ciò che è utile per mantenere il benessere a 360° del tuo cavallo.

Unika offre servizi per amatori e appassionati privati, per professionisti, per rivenditori e offre la possibilità a terzi di operare secondo Private Label.

Unika quest’anno ha deciso di investire in una nuova area fiera sempre più grande e di maggiore prestigio.

Vieni a trovarci, puoi trovare lo Stand Unika a Fieracavalli Verona al Padiglione 7, Stand 12 dove troverai il nostro staff pronto ad accoglierti nella grande famiglia Unika.

Scrivici per avere maggiori informazioni all’indirizzo info@lineaunika.it e visita il nostro nuovo sito www.lineaunika.it