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il cavallo esce dalla nebbia

Il cavallo in America: un ingresso o un ritorno?

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Il cavallo in America. Anche il continente americano ha avuto i suoi cavalli preistorici molto prima dei conquistadores. Seguiamone le tracce.

i cavalli nella preistoria

Il cavallo in America: dalle nebbie delle foreste pluviali, appare il cavallo primordiale

Per la rubrica “Il cavallo nella storia: un percorso affascinante”, abbiamo scelto una visuale un po’ diversa, diciamo meno eurocentrica.

Vogliamo parlarvi di un tempo e di un luogo in cui l’antenato del cavallo calpestava con i suoi piedi ancora privi di zoccoli, il suolo americano. Zampe forti e slanciate, lunghe e folte criniere al vento, mantello lucido e raso, muso allungato con grandi occhi? Nulla di tutto ciò: il cavallo primordiale aveva un muso corto, denti piccoli, non abbastanza forti per brucare le erbe ruvide. Era poco più grande di un gatto, con le zampe corte e con quattro dita per ciascuna: insomma più simile a Hi-Oh di Winnie the Pooh che a Ribot.

Comparve dopo l’estinzione dei dinosauri, circa 50 milioni di anni fa, e si ambientò subito molto bene insieme agli altri equidi tra le nebbie delle paludi e nelle foreste pluviali.

Poi, durante il Miocene, il clima si fece più secco e le paludi cedettero il passo alle praterie. Allora l’Eohippus, (così si chiamava), lasciò le brume delle paludi e comparve gradualmente, sempre più nitido, nei nuovi spazi aperti. In quegli spazi doveva allungare il collo e il muso per brucare dagli alberi e poteva correre per gli spazi aperti: comincia ora la trasformazione del muso, dei denti, del collo e della zampa che si muterà in zoccolo.

Il cavallo in America. L’essere antropomorfo che conquistò un continente

Tutti noi abbiamo studiato la storia partendo dall’Europa. Da questo punto di vista sembrerebbe che il cavallo sia stato introdotto in America dagli europei, in particolare dai conquistadores spagnoli. Tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo studiato lo stupore degli indigeni americani, le cosiddette popolazioni precolombiane, quando videro quelli che sarebbero diventati i loro conquistatori, nonché sterminatori, a cavallo.

Immaginiamo un mercante azteco che si inerpica in una fitta foresta su per la Sierra, vestito di indumenti di dura agave, che si imbatte all’improvviso in un soldato spagnolo a cavallo.

Avrebbe visto una bestia altissima, per metà umana, con due teste. Una, grande e protesa, ricoperta di pelo corto e lucido, l’altra, di uomo. Un uomo molto diverso da lui, con la pelle bianca, la barba folta e, magari, gli occhi celesti. Tutto il corpo della bestia luccica di un insolito materiale grigio. Pensa alla sorpresa, allo sgomento, misto di paura, che deve aver provato…

Questo dev’essere stato il primo incontro tra un indigeno americano e un cavaliere spagnolo. Incontro/scontro perché, di lì a poco, queste due civiltà così diverse tra loro in quanto vissute per secoli separate, collideranno e lo scontro sarà detonante.

Il cavallo era un animale che non avevano mai visto e che, quindi, interpretavano come tutt’uno con il cavaliere. Una sorta di centauro che, ai loro occhi ancora pieni di mito, appariva come un’entità divina. All’arrivo degli spagnoli, infatti, gli unici mammiferi di grossa taglia dell’intero continente americano in parte addomesticabili, erano il lama e l’alpaca.

Non appena questo essere sconosciuto e “antropomorfo” cominciò a sparare, ne compresero tutta la potenza distruttrice, cominciarono a temerlo e poi a combatterlo.

centauri

Ma lo sapevi che il cavallo aveva già calpestato la terra americana tanto, tanto tempo prima dell’arrivo degli spagnoli? Molti studiosi ritengono, addirittura, che il cavallo sia comparso prima proprio in America settentrionale, per poi passare in Asia e in Europa.

Il cavallo in America. La preistoria dei cavalli nelle Americhe: luoghi diversi in tempi lontani

Facciamo ancora un salto indietro e torniamo al nostro antenato del cavallo nel continente americano.

Quando? L’uomo c’era già, ma non sapeva ancora esprimersi con la scrittura: siamo, dunque, in piena preistoria. Il cavallo condivideva l’ambiente della prateria con poderosi mammut dal pelo folto e lungo, enormi orsi, nervosi rinoceronti. Ma anche feroci tigri con lunghissime zanne, moltissimi lupi che attaccavano le prede in grandi branchi. E ancora bisonti dal pelo lunghissimo e animaletti di piccola taglia come castori e volpi.

Gli animali si guardavano l’un l’altro con sospetto per capire ad ogni incontro quale sorte toccasse loro: se quella della preda o quella del predatore. Tutti, comunque, legati allo stesso sottilissimo filo, quello della sopravvivenza.

I cavalli, dalle praterie americane verso la tundra asiatica

Durante il lunghissimo periodo preistorico, uomini e cavalli non avevano ancora fatto amicizia, ma questi ultimi galoppavano già sul suolo americano, quindi ben prima dell’arrivo degli spagnoli.

Lo sguardo dei cavalli, nelle aperte praterie, poteva arrivare lontano, e ciò permetteva loro di accorgersi per tempo dell’arrivo delle grandi tigri, degli eserciti di lupi, di fuggire e preservare la specie.

Poi è successo qualcosa: alcuni branchi di cavalli cominciarono a spostarsi e, attraverso il ponte di terra dello stretto di Bering, oltrepassarono la porta che apre all’Asia.

Entrarono così nella Beringia, un territorio che, allora, non conosceva il gelo neanche nei periodi più freddi e per questo rappresentava una ricca e importante fonte di cibo per qualunque animale lo popolasse. Compresi i cavalli giunti dall’America che da qui si divisero in due grandi migrazioni: una si diresse verso le steppe dell’Europa, dove più tardi, probabilmente, vennero addomesticati per la prima volta. L’altra migrazione si diresse verso l’India e l’Africa dove avremmo potuto vederli correre tra le montagne e i fiumi delle savane.

Verso l’estinzione dei cavalli nel continente americano

E in America? I pochi cavalli rimasti furono sempre meno numerosi fino ad estinguersi del tutto. Ma per quale motivo? I paleontologi non hanno ancora rintracciato i motivi che spinsero i cavalli a lasciare il continente americano.

Non fu certo a causa del freddo perché quelli che erano migrati riuscirono a sopravvivere a temperature ancora più basse. Piuttosto si pensa che, quando il clima si fece più temperato, aumentò la vegetazione, quindi le foreste, poco frequentate dai cavalli – come dagli uomini – perché per loro più insicure.

Tra piante e arbusti intricati, certo il loro sguardo non riusciva più a spingersi lontano come nelle grandi praterie e, probabilmente per questo, divennero facili vittime dei predatori. Tra la folta schiera dei predatori, se ne aggiunse uno, quello più temibile, l’uomo. Armato di bastoni e punte di lance ben forgiate e letali, indossava una pelle non sua e dava loro una caccia insolita, diversa e senza tregua.

Come nel giro di un tempo relativamente breve si sono estinti il bufalo delle praterie e il merluzzo dell’Atlantico, così sembra che anche l’estinzione del cavallo in America sia avvenuta in tempi piuttosto rapidi.

Che si sia estinto per questi motivi o per altri, sta di fatto che per almeno diecimila anni i cavalli non si fecero vedere nel continente americano.

Passarono i millenni e, con loro, le ere, fino ad entrare nella storia vera e propria, quando i discendenti di quei cavalli tornarono nel continente americano, a bordo delle caravelle, sospesi nelle imbracature.

Il resto è storia, una storia di guerra, ma anche del duraturo e inscindibile sodalizio tra cavalli e uomini.

Nel prossimo articolo della nostra rubrica storica, torneremo a portarti al galoppo, alla scoperta del cavallo in altri ambienti e in altri tempi meno nebbiosi.

Un viaggio nella storia della costruzione ma anche della distruzione delle civiltà, che fece del cavallo un’icona metafisica e spirituale.